Alcuni dei migliori amici di Enrico V erano Francesi.

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Chi ha visto la serie televisiva Band of Brothers, dedicata ad una compagnia di paracadutisti americani coinvolta nella Seconda Guerra Mondiale dalla Normandia fino alla caduta del Reich, magari sa che quel titolo è una citazione:

We few, we happy few, we band of brothers.

Così parla il re Henry – di cui vedete una diapositiva con il suo profilo migliore – ai suoi vassalli la sera prima della battaglia di Agincourt. I versi sono del Bardo e il dramma in questione è l’Enrico V.

Scritto per esaltare e nobilitare, con precedenti storici, il tendenziale assolutismo dei regnanti Tudor destinati a scarsa discendenza, l’Enrico V è un concentrato di menzogne spudorate, verità nascoste, umorismo etnico e sciovinismo – il tutto condito dai soliti splendidi versi del Nostro, che non ne sbagliava una che una.

E in questa sua incapacità di sbagliare Shakespeare ci racconta la storia di Henry di Lancaster. Dopo una giovinezza scapestrata e godereccia al seguito di amicizie poco raccomandabili (sopra tutte quella del cavaliere Falstaff, un panzone che riceve un diluvio di legnate dalle Allegre comari di Windsor, legnate che resero lui un po’ meno allegro), Henry viene incoronato re d’Inghilterra. Cambia da così a così in men che non si dica: allontana gli amici cialtroni, diventa serio e posato, giudice imparziale di ogni causa, pronto a rimediare ad ogni stortura che affligge il regno e i sudditi, capace di parlare della Chiesa e di Dio con la competenza di un teologo laureato.

Ora, si dà il caso che i re d’Inghilterra da qualche tempo si considerassero anche re di Francia – per una serie di questioni di omaggio vassallatico, matrimoni fra consanguinei, capricci infantili. I re di Francia – naturellement – non erano d’accordo, quindi c’era la guerra dei cent’anni. Il re Henry, deciso a rivendicare i suoi diritti di seguire messa a Notre Dame e di mangiare come Dio comanda quando gli pare, arruola un’armata e sbarca in Normandia per assediare la piazzaforte di Harfleur.

La città resiste a lungo. Il re, inferocito, farnetica di piani di sterminio e minaccia di far stuprare tutte le ragazzine della città. Era un amico dell’infanzia.

Con molto ritardo sulla tabella di marcia gli Inglesi prendono Harfleur. È il 22 di settembre del 1415 e l’inverno è alle porte. Il re decide di portare l’armata a Calais, occupata da una sua guarnigione, per svernarvi comodamente e riprendere le operazioni l’estate successiva. A metà strada i Francesi, che intanto devono aver sentito la sveglia, cominciano a dare segni di vita e alla fine intercettano gli Inglesi sbarrando loro la via per Calais. Il Bardo ci dice che i Francesi che Henry ha davanti sono 60.000: dieci a uno per loro. Ed è qui che il re, parlando ai suoi ufficiali scoraggiati, dice che non importa se sono pochi contro tanti, perché l’indomani, giorno dei santi Crispino e Crispiniano, sarà una grande vittoria, tale che chi non è partito con loro avrà di cui vergognarsi:

ed i Santi Crispino e Crispiniano, / da questo giorno alla fine del mondo / non passeranno più la loro festa / senza che insieme a loro / non s’abbia a ricordarsi anche di noi; / di questi noi felicemente pochi, / di questa nostra banda di fratelli: / perché chi oggi verserà il suo sangue / sarà per me per sempre mio fratello / e, per quanto sia umile di nascita, / questo giorno lo nobiliterà. [traduzione del professor Goffredo Raponi, liberamente consultabile.]

Inutile dire che il re Henry infligge una sonora batosta ai mangiarane e torna in Inghilterra sposato alla bella Catherine di Valois, figlia del re di Francia, e vissero tutti felici e contenti: l’Inglese e la sua moglie d’oltremanica.

E fin qui l’agiografia. È il caso, a questa agiografia, di fare le pulci.

  • Primo. Cosa abbia fatto il re Henry da giovane poco importa, è quello che ha fatto da adulto che è più preoccupante.
  • Secondo. L’assedio di Harfleur richiese più tempo del previsto perché né il re, né i suoi vassalli, né la soldataglia potevano essere considerati dei campioni dell’igiene personale: un modo un po’ prolisso per dire che l’accampamento degli assedianti era una fogna e venne colpito dalla dissenteria, tipico premio nella lotteria della sporcizia più immonda. La dissenteria fece gettare quasi metà dei soldati in una fossa comune.
  • Terzo. Con l’armata ridotta e debilitata dall’epidemia il re si prendeva il rischio di una lunga marcia fino a Calais. Spericolato il giovine – ma a sua discolpa si deve dire che ci metteva la faccia e ci rischiava anche la vita.
  • Quarto. I Francesi erano due volte più numerosi, non dieci. In ogni caso pensarono bene di segnare qualche autogol appena schierati sul campo, così da azzerare l’iniquo vantaggio. A metà della battaglia, che ormai inclinava manifestamente in favore degli Inglesi, quando molti Francesi, anche d’alto lignaggio, erano già caduti prigionieri, il re Henry diede ordine di tagliare loro la gola, perché alcuni fra i suoi migliori amici erano Francesi – lo ripeteva spesso Sua Maestà – ma quelli catturati proprio non li poteva vedere manco dipinti.
  • Quinto. The King non era nuovo a queste macellerie messicane e quella non fu nemmeno l’ultima. In un’altra occasione, sempre in Francia, ça va sans dire, durante un assedio, rifiutò di far passare i profughi espulsi da una città che assediava – lasciandoli così schiattare di fame nella terra di nessuno, esposti al tiro incrociato di assedianti ed assediati: donne, vecchi, bambini.

Insomma, questo era il re Enrico V, ma vi prego di non giungere a conclusioni affrettate: alcuni dei suoi migliori amici erano Francesi.

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