Tripoli bel suol d’amore: osservazioni sulla campagna di Libia

"A Tripoli!" di Gea della Garisenda: locandina della canzone.

Aprendo gioiosi un libro di scuola ci si imbatte nell’impresa di Tripoli, orgoglio degli stendardi regi e dell’arme nostre.

Per chi non lo sapesse Tripoli è una graziosa città sulla sponda meridionale del Mediterraneo, posta in quella regione che i Romani chiamavano Libia e capoluogo di una zona che dalla città prende il nome di Tripolitania. Porto scomodo a causa dei bassi fondali, ultima stazione delle carovane che attraversavano il deserto, vi si mangia una cucina speziata, dai piatti robusti e dai sapori ben amalgamati in stracotti e salse: pomodoro, paprika e pesce, aglio, carvi, carne kasher e halal. Ma tutti voi che leggendo andate di sicuro sapete dove si trovi la città di Tripoli e non la confondete con l’omonima urbe locata in Libano. Vero?

Salvemini coniò l’espressione “scatolone di sabbia” per descrivere cosa avremmo trovato, al posto del tesoro che l’Italia ci additava, al momento dello sbarco in Tripolitania e Cirenaica. Oltre allo scatolone trovammo anche una voragine di sabbia, dove si sarebbero gettate e consumate risorse incalcolabili.

Ma andiamo con ordine. Questa storia di Tripoli ha radici lontane quanto ridicole – un po’ come tutto ciò che illustra la patria nostra da qualche tempo. Di Tripoli non importava niente a nessuno fino alla fine dell’Ottocento: nel senso che nessuno vi passava nemmeno per errore. Al massimo qualche agronomo fuori rotta, che poi provò a raccontare che non c’era un accidente da prendere, ma non venne creduto nel ribollire degli animi e nello strombazzare della propaganda nazionalista.

Il bersaglio su cui i governi della Destra e della Sinistra storica avevano messo il loro rapace occhio civilizzatore era Tunisi – convinti in ciò di riprendersi quel che era loro in quanto discendenti dei Romani antichi. I Francesi li presero in contropiede e si presero anche Tunisi; i Tedeschi, ad una di quelle belle conferenze di pace dove si preparano le guerre, ci dissero – in francese – di prenderci qualcos’altro in cambio, che so Tripoli. Sì, Tripoli è carina, c’è sempre il sole, le palme, adatta per voi che non avete mai voglia di lavorare, e fate la siesta tre volte al giorno aspettando il sussidio dello stato (il ministro tedesco degli esteri, il signor von Bülow, votava Lega Nord. Ha poi abbandonato il partito nel ’94).

E, diamine, quando si dice essere convincenti: da quel momento in poi la necessità storica e il diritto d’Italia al possesso di Tripoli diventarono la parola di Dio – anzi, l’atto notarile firmato da Dio che concedeva in usufrutto eterno all’Italia lo scatolone di sabbia. Che altro che accettare il lascito, forse c’era da reclamare, ma tant’è: paese piccolo, piccole pretese. E l’Italietta di Giolitti non era la Repubblica di Roma, non sfidava Cartagine sui mari, non umiliava i tiranni dell’Oriente, non soggiogava i barbari del settentrione. L’Italia vivacchiava, emigrava, sparava sugli scioperanti, in un tripudio di ringhiere liberty e parole in libertà.

Quanto alle parole in libertà è meglio specificare che non ci si riferisce a Filippo Tommaso Marinetti – che poi scriveva pure bene ed è un peccato che nessuno legga mai le poesie che scrisse in francese per sua moglie Benedetta – ma alle sparate sesquipedali dei nazionalisti e della carta stampata. Parola loro: in Libia si facevano tre, quattro – ma che dico, cinque – raccolti all’anno di orzo e di frumento; ulivi grandi come querce, centinaia di migliaia di capi d’allevamento; una terra che bastava sputare e nasceva un albero da frutto già potato e innestato. Dove avessero visto tutto ciò non è dato saperlo ai comuni mortali, ma si dice che il consumo di oppiacei vi avesse un certo ruolo. Capisco che l’erba del vicino sia sempre la più verde, ma qui è come dire che quel supponente del ragionier Rossi che ci abita di fianco tiene il giardino dell’Eden sulla veranda.

Il gran capotribù degli Italietti, il dottor Giolitti – più noto perché terrorizzava i Napoletani: sostenevano che portasse una jella genocida – colse una palla al balzo, un cross della situazione internazionale nel Mediterraneo. O meglio, capì che si apriva uno spazio sulla fascia, mancò un passaggio che probabilmente non era per lui, rincorse forsennatamente la palla e mentre il tifo impazziva sparando le più incredibili menzogne sulle risorse della Libia il nostro chiese allo Stato Maggiore dell’Esercito una valutazione dei mezzi necessari per l’impresa gloriosa. E intanto il tifo strillava su tutti i giornali. Strillavano anche i giornali socialisti, che volevano spedire in Tripolitania i tifosi più poveri che erano costretti ad emigrare in America.

Questo è il sunto del dialogo fra il signor Giovanni Giolitti, dottore in legge, e il Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, tenente generale Alberto Pollio:
– Guarda, Giova, secondo me ce la caviamo con 20.000 uomini e qualche gingillo: sai, mitragliatrici, cannoni, robetta così, e un pasto caldo a base di spaghetti al pomodoro ogni giorno, eh, questo è importante.
– Mmm. Facciamo 40.000, e qualche gingillo in più. [Il Giolitti conosceva i suoi polli].
– Vada per 40.000, ma sì, così si fa prima. Vedrai che in tre settimane chiudiamo la partita con un due a zero, reti di Balotelli e Cassano.

Ve lo devo dire io che poi ci volle un anno intero, 100.000 uomini, una spesa che è meglio non calcolare per carità di patria? E decenni di fucilazioni.

Poi qualcuno capì che i Libici non ci volevano bene e che la Libia era anche piena di petrolio, ma così piena da fare schifo: noi altri, naturalmente, non ce n’eravamo accorti e intanto ci avevano pure cacciati via a pedate e sul trono di Tripolitania e Cirenaica era salito il Colonnello, che ora è morto: lo hanno ammazzato i suoi. Dunque come non aderire all’incitamento di Gea della Garisenda? A Tripoli! A Tripoli!

***

Un ultimo appunto, quasi mi dimenticavo. Per comandare l’imponente corpo di spedizione che doveva vendicare i disastri del nostro colonialismo in Africa Orientale venne scelto il generale Carlo Caneva. Di lui Luigi Barzini, parlamentare e giornalista, disse che se non avesse saputo che al tavolo verde valeva qualcosa lo avrebbe considerato un puro e semplice esemplare di idiozia in divisa. Perché anche saper giocare a mariglia conta. Il Caneva ottenne il comando dell’impresa di Tripoli in virtù della sua inaspettata vittoria alle esercitazioni estive l’anno prima o giù di lì: quello che doveva vincere e perse pare fosse Luigi Cadorna. Chapeau.

Annunci

3 pensieri su “Tripoli bel suol d’amore: osservazioni sulla campagna di Libia

lasciate la vostra opinione

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...