Trovare lavoro alle Poste

Una casella postale.

Alzino la mano quelli che si sono sentiti dire “Ma il curriculum alle Poste lo hai mandato?” Tutti? Non ci credo. Ah, ecco, tu no: d’altra parte per lavorare nella fabbrichetta di papà non serve mandare alcun curriculum, nemmeno bisogna averlo. Saper mettere la firma è più che sufficiente… ah, manco quella? andiamo bene.

Quindi, a parte il solito noto, tutti ci siamo sentiti chiedere se abbiamo mandato un CV alle Poste. Ne deduco che siamo tutti Italiani, oltre che tutti a spasso a sbadigliare. E abbiamo dei parenti.

Lo sa anche lui che lavora nella fabbrichetta del papà: i parenti sono i principali dispensatori nazionali di consigli utili a chi non ha lavoro, seguiti a ruota da ministri che facevano i professori come i loro padri e impiegati dell’INPDAP. Per noi, senza lavoro e sulla trentina, sono da considerarsi i più efferati attentatori della nostra già labile stabilità mentale.

Gli altri sono in genere compagni delle medie, per la precisione quello che a sedici anni era ancora alle medie, e che più o meno a quell’età ha conquistato il diritto di abbandonare l’ambiente dell’istruzione altrui. Ora fa un qualche lavoro specializzato. Non ricordo bene, forse fa l’idraulico ed è pure bravino. Ha estinto il mutuo dieci anni fa e d’estate si può pure affittare una villetta al mare per portarci la Titti, che non è sua moglie. Ora questo compagno delle medie ci guarda interdetto, senza capire per quale oscuro motivo delle persone con dei titoli di studio come i nostri non trovino da lavorare. Ecco, avesse anche lui i nostri titoli, capirebbe subito: per esperienza diretta, perché sarebbe insieme a noi a ciondolare.

Poi naturalmente ci sono anche i figli di papà, che fingono di lavorare nella fabbrichetta del papà, anche loro sempre ricchi di consigli tipo “perché con i soldi che ti dà papà non fondi un startup multinazione che shifta verso il client?” Ma oggi non parliamo di loro.

Dicevo di questa faccenda del curriculum alle Poste, che attira un certo interesse storico, oltre che antropologico. Credo che derivi dai tempi della Prima Repubblica, ma potrebbe avere radici più lontane, fasciste o addirittura liberali. Per quanto riguarda la Prima Repubblica, si sa che il Ministero delle poste e dei telegrafi era particolarmente ambito, oggetto di feroci contese a suon di Manuale Cencelli, (all’epoca la lettura più citata insieme al Capitale di Carlo Marx e Le Ore).

Si chiederanno i meno edotti in merito alle bizantine acrobazie della politica italiana: “Qual potrà mai esser la cagione di tanto interesse per siffatto e tedioso ministero, che di certo non può paragonarsi, per le clientele che le sue risorse possono sostenere, ai più muniti Interni, Difesa et Partecipazioni statali?”

Qui appunto si sbagliano i meno edotti. Poste e telegrafi, da quel punto di vista, era una forza della natura. Pensateci un attimo. Immaginate di essere a capo delle Poste di un grosso stato: controllate un’organizzazione vasta, ramificata, gerarchica. Ma soprattutto diffusa capillarmente sul territorio, un vero esercito in borghese fra burocrati, sportellisti e postini.

Ci siete arrivati. Il Ministero delle Poste poteva azionare a suo libito la leva dell’infornata dei postini. E a ridosso di una tornata elettorale quella leva muoveva molti voti, ma tanti quanti oggi non potrebbero fare insieme la gioiosa banconota da 50 e la lupara del mafioso, e nemmeno un giuramento – sulle teste dei figli – di abolire l’IMU. Si direbbe che quel periodo felice sia rimasto molto impresso nelle teste dei nostri parenti: per noi sognano ancora un posto di sportellista alle poste, una vita fra timbri a secco ad ascoltare i pensionati lamentarsi delle bollette, della pioggia e del governo.

Che bella prospettiva, e che bei tempi dovevano essere quelli. Quando vedo un postino di una certa età mi fermo sempre a pensare a quanti voti possa aver procurato quel suo posto di lavoro – ché anche il postino tiene famiglia, ricordatelo. Magari quei voti hanno fatto cadere il governo Andreotti, uno dei trentadue governi Andreotti.

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23 pensieri su “Trovare lavoro alle Poste

  1. Intervengo con un commento da maestrina stizzita: quando i nostri parenti avevano la nostra età (e forse anche prima) era consuetudine fare “i tre mesi alle poste”, specie nell'estate tra la maturità e l'università – o qualsiasi altra cosa venisse dopo la maturità. Tre mesi allo sportello, retribuiti e con buone possibilità di restare una volta finita l'esperienza – che all'epoca non si chiamava né tirocinio né stage. Ma erano anni d'oro, con la sanità pubblica in espansione e gli anziani che morivano a sessantacinque anni. Se non fossimo il paese delle clientele, a quest'ora forse ci sarebbe rimasto qualcosa da fare.

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  2. Pur avendo qualche anno in meno di te, questa frase l'ho sentita talmente tante volte che ormai ho un rapporto di amore e odio. Va bè, più odio!
    In verità avevo quasi intenzione di tatuarla, in fronte, non è male no?
    “Ma il curriculum alle Poste lo hai mandato?”

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  3. L'ENI sì che è una chicca.

    Per i laureati di scienze sociali la domanda classica è “Hai controllato i concorsi pubblici?”

    Ma ho sentito anche tragicomiche affermazioni come quella che segue: “Ma una mia amica è nuora del fratello del cugino di un caro amico di famiglia dell'idraulico dell'assessore alla viabilità di FrittaFratta, un lavoro te lo trova di sicuro.”

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  4. Una categoria non contemplata è quella delle persone che non hanno parenti ricchi, non aspirano al posto pubblico ed al suo lassismo, che hanno titoli validi e coraggio da vendere. Una miriade di ingegneri, manager e professionisti che hanno lavorato sodo per stare dove stanno. Voi che aspirate al posto pubblico non durereste un anno nel privato. E poi basta sbandierare lauree di provincia come fossero chissà quale prova di competenza…

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  5. Alessandro, caro mio, hai scritto questo articolo fondandolo su una verità falsa. La famosa domanda “Hai mandato il CV alle poste?” risale ai tempi vittoriani, quando i primi disoccupati, incerti sul da farsi, ricevevano cari consigli dagli amici occupati nelle colonie inglesi, che spingevano a mandare il loro curriculum nelle fabbrichette che stavano nascendo nei nuovi territori occupati. In quei casi, non potendo fare una telefonata, gli amici oltremanica gli scrivevano una lettera contenente il fervente consiglio: “Hai mandato il CV via posta?” (did you send the CV by mail?).
    Una di queste lettere capitò per sbaglio tra le mani di un italiano a Londra, che non aveva ancora imparato bene la lingua e tradusse il “by” in “alle”, quindi tornò in patria con il prezioso consiglio nel cuore. Da allora cominciò a dire a tutti quelli che si lamentavano della penuria di occupazione, di mandare il CV alle poste.
    E da lì ai tempi nostri, il passo non è breve ma almeno è continuo, e alimenta miti e leggende.

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  6. Domande che contraddistinguono il passaggio dalla spensieratezza universitaria al pessimismo cosmico post-laurea… Credo si possa ormai definire un rito di iniziazione. Ma d'altronde cosa ne vogliamo capire noi, con le nostre lauree di provincia? 😉

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