L’origine della scrittura

Una tavoletta con scrittura cuneiforme, come quella dei Sumeri.

La maggioranza degli Italiani legge un solo libro nella vita. Già questo potrebbe far dire che la scrittura non sia una così grande invenzione. Di certo è un pessimo investimento, almeno dalle nostre parti. Comunque un libro lo leggono ed è il sussidiario delle elementari. Lì è scritto che a inventare la scrittura furono i Sumeri – e siccome è scritto nel sussidiario, allora è vero. Si sa, ma questo sul sussidiario non è scritto, che la scrittura serviva per tenere a mente le cose: orci d’olio, misure di grano, caduti in battaglia o alla taverna. Insomma, la civilizzazione letteraria è solo un portato accidentale della notazione contabile dei Sumeri.

Quello che invece non ci viene mai detto è chi la inventò. Non dico la persona singola, ma almeno la sua professione, la classe sociale. Ci ho riflettuto un po’ e credo di essere arrivato a conclusioni di una certa importanza. Le riassumo in questo post sull’origine della scrittura, sperando di contribuire al progresso della scienza e dell’umanità, modestamente.

 

Chi inventò la scrittura

Secondo me l’inventore della scrittura fu un mentitore di professione di una qualche città della Mesopotamia. Immaginatevi un giovanotto che di mestiere fa l’avvocato presso la corte d’appello di Uruk. Si chiama Arwium, che traduce all’incirca l’italiano Gianni, ma è più esotico e fa colpo sulle donne.

Arwium, incaricato di difendere un pluriomicida, sta pronunciando queste parole nell’aula gremita di persone: “Vostro onore, membri della giuria, stimati periti qui convenuti: avete testé ascoltato le parole dell’accusa, qui rappresentata dal mio eccellente collega, il dottor Shulgi, che già ebbi modo di conoscere dalle cronache per il modo mirabile con cui condusse le indagini e affrontò il dibattimento in quello che è passato alla storia come il caso Sirrush…”

E qui, senza ancora essere entrato nel cuore delle sue capziose argomentazioni, il giovine avvocato ha già detto tre menzogne.
Gli stimati periti berciano ubriachi nell’ufficio del cancelliere.
Il modo mirabile con cui l’accusa condusse le indagini sul caso Sirrush può essere così sintetizzato: uomo trovato con la gola tagliata; moglie imbrattata di sangue colta mentre puliva una mannaia da macellaio; assoluzione con formula piena.
L’eccellente collega, il dottor Shulgi, è considerato dalla sua stessa madre alla stregua di un celenterato.

E se Arwium ha detto tre menzogne solo per introdurre il suo discorso, figuriamoci quante ne dirà quando entrerà nel pieno dell’orazione, e quante ne avrà già sparate in sede di istruttoria. Costui evidentemente è un caso di mentitore del tipo architettonico, a motivo della sua stessa professione. Chiunque di noi ne conosce almeno uno, e qualcuno di noi lo è. Non c’è quindi bisogno di presentare il modus operandi di tale figura sociale. Possiamo fare tutto senza spiegazioni, come quando da bambini si diceva “facciamo finta che”. Immaginiamoci un giorno della vita di Arwium, avvocato presso la corte d’appello di Uruk. Facciamo finta di essere lui.

 

La dura vita del mentitore architettonico

Da un mese va avanti il processo al pluriomicida. Costui tra le altre cose non solo ha minacciato di tagliarvi la gola se non lo farete mandare assolto, ma insiste nell’informare il giudice che sua figlia (sua del giudice) è una vulva degna di nota. Argomento – e commento – che di rado predispongono favorevolmente un padre nei confronti dello spasimante della loro figliola. Ogni giorno vi tocca rifilare alla giuria un discreto ammontare di menzogne.

Poi arriva la sera e stanchi vi togliete la toga. Un’altra giornata di ordinaria follia sta finendo. Fuori dal tribunale vi agguanta il cancelliere e strascicando le parole vi pronuncia tale orazione: “Arwium, il più caro a me sei fra i dolci amici che il fato mi destinò: andiamo alla taverna del Ramarro Alcolizzato e rifocilliamoci dopo questo lungo giorno di lavoro prima di tornare alle caste spose che ci attendono. Berremo qualche coppa di birra, brinderemo ai vecchi ricordi, e poi, da amici, torneremo a casa insieme.”

Non avete cuore di dire di no al cancelliere: siete stati compagni scuola. Quando uscite dalla taverna è mezzanotte passata. Ci si meraviglia che stiate ancora in piedi. Il cancelliere lo hanno messo a dormire nel ripostiglio delle scope.

Entrate in casa di soppiatto, come i ladri. Per fortuna la vostra signora dorme e non dovete inventare altre balle, cosa che in queste condizioni vi sarebbe assai difficile. La cena, fredda, è sul tavolo. Decidete di usarla per fare colazione, è meglio andare a dormire subito. Il sonno, complice la birra d’orzo ingurgitata, subito vi sottrae alle cure e agli affanni. Sognate di essere l’eroe che uccide il mostro della foresta dei cedri, nella terra di Canaan.

Andiamo al giorno dopo. Eccovi di nuovo in aula, di fronte al giudice dal fiero cipiglio e alla giuria che sbadiglia. Riprende il dibattimento: testimoni, prove, indizi, perizie, obiezioni. E qui il Ramarro vi tradisce. Quel testimone dell’accusa, quello senza capelli, come lo avevate sistemato? Lo avevate screditato agli occhi della giuria dimostrando che testimoniava per motivi personali, che la sua testimonianza non era da considerarsi affidabile. Ma come? avevate detto che era l’amante della madre dell’imputato. No, avevate dato a intendere che era gay. Diamine, delle due l’una: o è dell’altra sponda, o ha tamponato la genitrice dell’assassino, pardon, del vostro assistito. Mannaggia alla birra, non vi ricordate le vostre stesse menzogne.

La causa può finire malissimo: quello è un giudice spietato. Non avete via d’uscita, la verità è questa e siete ne guai.

Ma l’avvocato Arwium, astuto come una faina, non è nei guai, ed è meglio lasciar fare a lui se non volete che il vostro cliente finisca sulla forca, e magari andare a fargli compagnia. Certo, ha bevuto con il cancelliere ed è tornato a casa ubriaco, come voi. Eppure riprende il dibattimento come se si fosse fermato cinque minuti prima per la pausa caffè.

Guardatelo e imparate da lui. Estrae dalla ventiquattrore una tavoletta d’argilla con dei segni incisi sopra. Il nostro giovane legale ha capito quello che gli altri si ostinano a non capire. Ha capito che la birra oblitera la memoria, e che se si deve ricordare qualcosa, è meglio metterlo al sicuro dagli effetti della divina bevanda. Per questo ha tracciato degli scarabocchi su una tavola d’argilla e ha inventato la scrittura: grazie a lui, benefattore dell’umanità, possiamo sempre sapere quale sia la menzogna giusta, perché la scrittura non teme nessuna sbronza.

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Un pensiero su “L’origine della scrittura

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