Il cappello del prete, di Emilio De Marchi

Emilio De Marchi.

Oggi si parla di un romanzo dell’Ottocento, Il cappello del prete, un romanzo di Emilio De Marchi.

Del De Marchi, il barbuto che ci guarda dalla foto d’apertura, ho già parlato una volta, su altre frequenze e da orbite più basse. Un volume dei suoi racconti, Nuove storie d’ogni colore, mi aveva piacevolmente stupito e scrissi un post per consigliarlo agli amici bloggatori, eletta schiera.

Per tale motivo ho cercato anche questo romanzo, Il cappello del prete, poco letto e poco conosciuto. A cercare sulla rete se ne trovano un milione di edizioni, e in ogni formato per gli ebook se ne trova qualcuna gratis. Quanto al romanzo in sé invece si trova poco. Si trova di solito l’informazione clamorosa: il primo giallo italiano. Mica male per un libro del 1888! Poi uno lo legge e scopre che non è un giallo.

 

Il romanzo

Il barone Carlo Coriolano di Santafusca è un nobile napoletano di stirpe molto illustre. Uomo di bell’aspetto, intelligente, colto, amante delle belle donne. Ateo, cinico, positivista. Come spesso capita, nei romanzi quanto nella realtà, oltre che aristocratico il barone di Santafusca è anche spiantato. Gran giocatore, gran bevitore, gran bestemmiatore in faccia all’Eterno, come puntualizza l’autore, u barone ha dilapidato l’intero patrimonio. Al club non gli fanno più credito. I parenti lo hanno in odio. A peggiorare la situazione sta un debito la cui restituzione non può più essere dilazionata: gli è stato fatto gentilmente ma fermamente notare che, se non pagherà entro una settimana la colossale cifra che deve (15.000 lire), si procederà a sporgere contro di lui una denuncia presso il Procuratore del Re.

Il barone non ha la cifra che deve. Possiede però una proprietà, l’ultima che gli è rimasta, la grande villa di Santafusca, la residenza di campagna dei signori feudali che furono i suoi antenati. La magione è in rovina, ma è un bell’edificio, spazioso, pieno di storia. Messo alle strette da quel debito, che lo guarda con l’occhio della giustizia, il barone decide di vendere la villa a qualcuno che non faccia storie e paghi alla svelta.

A Napoli c’è chi fa al caso suo. Prete Cirillo, u prevete, uomo di chiesa ma non troppo, è un canonico che fa una vita miserabile, ma è ricco sfondato. Ha fatto i soldi prestando somme contenute ai piccoli commercianti. Ma la gente non crede che sia ricco perché usuraio: crede che sia ricco perché sa indovinare i numeri del lotto. La plebaglia lo assedia per avere i numeri. In un’occasione una banda di camorristi lo rapì e lo riempì di mazzate per farsi dare dei numeri. Il prete sparò tre numeri a caso. Uscirono tutti. La sua vita fu segnata per sempre agli occhi di quella popolazione povera, ignorante e superstiziosa: cabalista e astrologo.

Il Santafusca si reca dal prete e gli propone l’affare. Disperato come è, è disposto a vendere per poco. U prevete tira un po’ sul prezzo e alla fine accetta: comprerà la villa ed estinguerà il debito del barone. Per lui è la grande occasione di fuggire da Napoli, oltre che di farsi un bel gruzzolo. Infatti sa che nelle alte sfere dell’arcivescovato si sta pensando di acquistare un edificio in campagna per trasformarlo in seminario.

Il prete prepara la sua sparizione da Napoli con cura, non vuole trovarsi gente alle calcagna. Infine ritira le cartelle di rendita dalla banca. Per trasportarle usa una finta copia della Summa di San Tommaso. Proprio prima di partire incontra un vicino di casa, Filippino, un giovane cappellaio inseguito dai pignoramenti. Per pochi soldi e tre numeri del lotto vende a prete Cirillo un bel cappello nuovo, prima che gli venga pignorato anche quello.

Con titoli e contanti nel finto libro e un cappello nuovo sulla testa u prevete arriva a Santafusca. E se u prevete ha pensato di raggirare u barone pagando poco e rivendendo a molto, u barone ha avuto un’idea anche migliore: uccidere il prete e prendersi il malloppo per intero. Quale miglior posto, per compiere un delitto, della sua villa di Santafusca? un’enorme magione cadente, disabitata, isolata.

E infatti il delitto si compie senza intoppi. Un bel colpo di badile alla nuca e prete Cirillo passa a miglior vita. Il cadavere viene gettato in un pozzo e il pozzo interrato. Nessuno ha visto il prete partire, nessuno lo ha visto arrivare. Il barone di Santafusca è di nuovo ricco.

Però c’è sempre un ma. Ricordiamoci il cappello: il cappello non è finito sotto terra insieme al proprietario. E quel cappello che dà il titolo al romanzo, preciso come un boomerang, sta per tornare indietro.

***

Niente spoiler, tranquilli. Sappiamo da subito il nome dell’assassino. Il cappello del prete non è un giallo, è la storia di un omicidio compiuto senza rimorso da un uomo che vuole mantenere un tenore di vita che non può più permettersi. È la storia di come l’architettura dell’omicidio, che sembrava perfetta, comincia a scricchiolare. È la storia dei tentativi, sempre meno lucidi, di restaurare la facciata.

Il cappello del prete è un romanzo agile e ingegnoso e la scrittura di De Marchi non soffre troppo dei centoventi e passa anni di onorato servizio. Deliziosi poi i personaggi secondari, come il pievano di Santafusca e il suo diacono, contrappunto di serenità e onestà in tanto sfacelo.

Il romanzo ai suoi tempi fu un caso letterario. Pubblicato in appendice a due giornali, raggiunse le 100.000 copie. A ben vedere si tratta di un traguardo incredibile in un paese come il nostro, dove, per citare Pasquale Villari, a 17 milioni di analfabeti fanno da contraltare 5 milioni di Arcadi: in simili condizioni l’intrattenimento narrativo di alto livello fatica sempre a farsi strada.

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8 pensieri su “Il cappello del prete, di Emilio De Marchi

  1. Fu anche il primo libro per cui si preparò una vera e propria campagna pubblicitaria 🙂 Non ci crederai, ma ne abbiamo parlato moltissimo durante delle lezioni in università, col professore di Storia della Lingua Italiana!

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