#FacebookDown: quattro ore di avarie sul social network

Il logo di Facebook: lettera f minuscola in carattere Helvetica.

Nel primo pomeriggio ero al parco a leggere, quando all’improvviso mi squilla il cellulare. È un numero che non conosco. Spero sempre che sia la chiamata che cambierà la mia vita, quella con la quale mi annunciano che ho vinto al SuperEnalotto o che mi hanno preso per uno stage non retribuito, così rispondo.

“Caro fratello, ho voluto chiamarti per rincuorarti, per farti sapere che in questo momento di cordoglio non sei solo…”
Interrompo l’utente e gli chiedo cortesemente di cosa vada farneticando e chi sia.
“Alessa’, sono Papa Francesco. Ti ho chiamato per dirti che non sei solo e che sono addolorato per la tragedia che ti ha colpito.”
“Santità? Io, ecco, sono senza parole… ma a quale tragedia si riferisce? Qui mi pare che vada tutto bene.”
“Facebook è fuori uso.”
“Benedetti dei! ma è la fine del mondo. Non ne sapevo nulla, non sono a casa.”
“Non esagerare. Ma non hai uno smartphone?”
“No, Santità.”
“Ossignore…”

E così, grazie agli ormai canonici giri di chiamate di Pope Francis, ho saputo di questo evento generazionale: il #FacebookDown. Non c’è niente da fare, io questi grandi eventi me li perdo sempre. Quando cadde il muro di Berlino dormivo beatamente nel mio letto. Quando vennero giù le Torri Gemelle ero connesso a ICQ e chattavo con una maggiorata, tale tenerotta86. Questa volta leggevo al parco. Che decadenza.

 

Gli effetti del disastro

Facebook fuori uso è una roba mica da ridere: è un bordello. Come ha giustamente rilevato Cetty D., migliaia di uomini in questo frangente d’emergenza hanno ripiegato su posizioni difensive non proprio solidissime: insomma, hanno ripreso a fare la corte dal vivo. Mi immagino delle scene atroci. Ma sono sicuro che parecchi si sono accontentati di tornare agli SMS, che avranno comprato da qualche antiquario.

Twitter si è trovato di colpo invaso da spiritosi disposti a tutto pur di far mostra del loro arguto motteggiare. Scrivevano che il blackout di Facebook avrebbe comportato un rialzo del PIL! Ah ah. Comunque no, visto che il tempo trascorso su Facebook a condividere meme sciovinisti si è semplicemente convertito in un eguale ammontare di tempo trascorso su Twitter a parlare di Facebook che non funziona.

Ma le vere vittime del Facebook Down sono i complottisti. Mettetevi nei loro panni. Non sarà difficile, tanto tutti avete un amico, un parente, un contatto complottista. Alzate la mano. Ecco, tutti, come sempre. Questa cosa dell’alzata di mano sta diventando un rituale. Torniamo a noi. Immaginate di essere un complottista e che Facebook non funzioni. Che si fa? Mica potete passare, armi e bagagli, su Twitter: vorrete mica piazzarvi lì a strillare “sveglia”, “vergogna” e “informati” in tutte le varianti ortografiche che vi passano per la mente? Lì vi ridono in faccia senza pietà. E 140 caratteri sono pochi, considerando che ve li mangereste con la punteggiatura: !!!!11!1!11!!!! è alquanto character consuming. È inutile, se trasferito su Twitter il complottista muore, perché ha in Facebook il solo ambiente incontaminato che gli è congeniale, il Serengeti di cui è il vero re, cioè l’avvoltoio.

Non mi stupiscono quindi i lanci d’agenzia di “Siamo la Gente, il Potere ci temono”, che mostrano tutta la legittima preoccupazione degli ambienti complottisti per l’interruzione delle trasmissioni. Senza i tasti “condividi” e “mi piace” la vita non è degna d’essere vissuta. I complottisti nostrani sono rimasti a casa a mangiare gli spaghetti, ma quelli americani, più solidi e combattivi, sono andati immediatamente a manifestare il loro dissenso e i loro sospetti. A metà pomeriggio marciavano su Menlo Park al grido di “Zuckerberg servo del sistema” e “Zuckerberg = Bilderberg”, perché sei lettere non sono un sospetto, sono una prova.

Sono stati prontamente falciati dalle mitragliatrici della National Guard, che ha provveduto a finire i feriti con una rivoltellata alla nuca. Cose che succedono quando ti scambiano per un sindacalista.

 

Cosa è successo?

Nessuno piangerà per la mattanza dei complottisti, al massimo le madri, per non sfigurare alle pietose esequie. A noi rimane comunque il grande interrogativo, il mistero che attende di essere chiarito: cosa è successo alla creatura di Zuckerber? perché per quattro ore è andata alla deriva con i motori spenti?

Come sempre ognuno dirà quello che gli salta per la mente e ci toccherà sentire un po’ di tutto. Che Obama voleva mandare un messaggio a Zuckerberg, ma ci è andato giù pesante con l’allegato. Che qualcuno ha dimenticato di spegnere i termosifoni e le valvole termoioniche dei server si sono fuse.

Probabilmente non sapremo mai la verità. Ad ogni modo voglio dare spazio a una delle ipotesi in campo, che i media di regime hanno già provveduto a censurare. Un comunicato della TASS, emesso alle 18.45 ora di Mosca, ha dichiarato che il guasto alle attrezzature di Facebook sarebbe da attribuirsi alla riuscita di un sabotaggio: la criminale azione sarebbe stata orchestrata da agenti fascisti in combutta con cospiratori trozkisti. Gli agenti dello NKVD starebbero già stringendo la morsa intorno ai nemici del popolo.

Già pregusto il processo di limpido stile moscovita. Aspetto con particolare ansia il momento in cui il pubblico ministero chiuderà la sua requisitoria contro gli imputati facendo presente che gli operai e i contadini hanno già deciso la sentenza: e chiedono a gran voce che i traditori della patria socialista siano fucilati come luridi cani. Grazie, vostro onore, ho concluso.

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