Dalla Controriforma a Fabio Volo: sociologia della lettura in Italia

Insegnante e studenti nel Medioevo, da una miniatura.

Per questo post dovete ringraziare la proprietaria di Giramenti. Prendetevela con Gaia e andatevi a leggere il suo post sui lettori che vanno alle presentazioni dei libri di Fabio Volo. Tutto parte da un commento che ho scritto di getto, dove lanciavo qualche idea sulla “sociologia dei lettori italiani”; niente di troppo serio, come s’intende che non è niente di troppo serio questo post.

Iniziamo con l’inizio, cioè con le premesse. Non di quelle che partono con “Io non sono razzista, però…” e continuano con sparate che avrebbero fatto rabbrividire Himmler. Mantengo ciò che prometto, come dimostrano le avvertenze. Premetto che Fabio Volo non c’entra niente. So a malapena chi sia: non lo ascolto alla radio, non leggo i suoi romanzi, non vado ai festival della filosofia. Lo cito nel titolo e nel corpo di questo post nella bieca quanto vana speranza di attrarre pubblico e commentatori imbufaliti.

Andiamo con ordine. Come bussola userò una famosa frase di Pasquale Villari. Se si cambiano i due numeri, l’affermazione è ancora vera. Forse è cambiata la proporzione, a favore di quale elemento è difficile da appurare.
“Non è il quadrilatero di Mantova e Verona che ha potuto arrestare il nostro cammino, ma è il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e di 5 milioni di Arcadi.”

 

I lettori in Italia: il Rinascimento, la Controriforma, il pubblico polarizzato

Chi in Italia sceglie il mestiere della penna – il pennarùlo – si trova di fronte un pubblico la cui caratteristica principale è la polarizzazione. Questo non è mai stato paese di mezze misure, al massimo di mezze figure.

Facciamo finta che abbiamo la macchina del tempo e torniamo indietro. Mentre altrove partivano le grandi imprese coloniali, si impiantavano i fondamenti dell’economia industriale, si scardinava l’ordine sociale gerarchico e corporativo, qui che si faceva? E non dico qui nella mia isola, che vive fuori dal mondo dal tempo in cui cadde l’impero romano e dal medioevo è uscita ieri l’altro. Dico in Italia, quella del Rinascimento, dell’arte, dei Medici, dei condottieri e del fiorentino colto: che si faceva in questa Italia? Vi si ribadivano le gerarchie, si rifeudalizzava la penisola, ci si guardava l’ombelico. Solo una cosa riusciva bene: l’impresa coloniale di diventare una colonia altrui.

La grande tradizione dell’intellettualità italiana ha continuato fino all’altro ieri (a essere generosi) a formarsi sul modello che si strutturò in quel periodo: il modello cortigiano e rinascimentale, alla perenne ricerca di un mecenate che paghi la mesata in cambio di celebrazione.

Il Rinascimento è finito da un pezzo – e si vede – ma l’intellettuale italiano fatica alquanto a liberarsi dell’eredità: nato cortigiano, lo rimane anche quando i signori non ci sono più, passa al servizio delle fazioni, dei notabili e poi dei partiti.

Per secoli è stato educato nel disprezzo di tutto ciò che esula dal suo piccolo mondo antico: della plebe sempre all’opra china, che non si dedica allo studio del classici, del lavoro manuale, della pratica degli affari, dell’attività degli scienziati e dei tecnici, delle novità d’oltralpe.

Questo è il paese in cui prima dei Promessi sposi mai si vide un romanzo e nemmeno si sapeva cosa fosse. Dove il giallo venne reputato indegno di attenzione, la fantascienza un’americanata e i fumetti un trastullo per fanciulli. Un paese in cui fare l’intellettuale aveva come unico sbocco quello di scrivere libri per altri intellettuali: gli amori delle pastorelle, ieri come oggi. Ecco chi sono i 5 milioni di Arcadi che sono ancora fra noi.

Contro gli Arcadi stavano e stanno i 17 milioni di analfabeti, di contadini e artigiani illetterati. Alcuni erano stati pastorelli e pastorelle, e non ne avevano tutto questo bel ricordo. Questo è il grosso della popolazione, che sa mettere una firma e leggere qualche riga: un pubblico impossibile fronteggia una classe intellettuale egotistica e autoreferenziale.

Tra gli Arcadi e gli analfabeti vi è stato a lungo il nulla. In termini di stampa, tutto sommato, quel nulla c’è ancora. Chi manca è il pubblico, il grande assente dell’editoria italiana. Manca quell’insieme di persone di varia professione, con competenze lavorative, con un’istruzione “media” (per i suoi tempi), interessi, un orizzonte che non arriva ai confini del globo ma non si ferma al campanile. Insomma, manca la clientela che in altri paesi permetteva, con qualche sacrificio e un po’ di inventiva ed espedienti, che l’intellettuale vivesse delle proprie idee dandole alle stampe.

In sostituzione del pubblico arrivava il mecenate: gli si dedicava il poema sugli amori delle pastorelle, lui pagava lo stampatore per un libro che in termini di vendite non andava da nessuna parte. Non c’era nessuno che lo leggesse, ma agli Arcadi, tutto sommato, andava bene così, continuavano a scrivere libri che nessuno avrebbe letto, a cantarsela e a suonarsela da soli. Oggi poi è nata in loro la moda di scrivere romanzi sugli amori delle pastorelle e lamentarsi che i 17 milioni di analfabeti non li comprano, che l’istruzione è decaduta, che un tempo i grandi intellettuali, che qui e che là. Lagna patetica e ipocrita: la verità è che il mecenatismo va estinguendosi, ma i soldi piacciono anche agli Arcadi.

 

Le abitudini sedimentate: la persistenza del modello

E se questo pubblico emerge, perché diamine, questa è pur sempre una società di massa e l’istruzione di base è obbligatoria a suon di schiaffoni statali, facilmente viene riassorbito. Ecco allora il borghesuccio arricchito vantarsi di non aver mai aperto un libro in vita sua, o il laureato di un’università di provincia correre ad arruolarsi nella fanteria meccanizzata dei nuovi Arcadi: altri libri sugli amori delle pastorelle sono in arrivo. Perché il mondo degli Arcadi e degli analfabeti è duro a morire: arcaico e senza prospettive, ma rodato e rassicurante, a ognuno assegna un ruolo chiaro da recitare con bolsa e affettata retorica, o un posto preciso in cui sedersi e dormire mentre la farsa si trascina stancamente fino all’ultimo atto.

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15 pensieri su “Dalla Controriforma a Fabio Volo: sociologia della lettura in Italia

  1. In realtà i Medici tentarono un'impresa coloniale. Ferdinando, poi primo Granduca di Toscana. Gli esploratori tuttavia tornarono a Firenze poco dopo la sua morte, e il successore pensò bene di cancellare l'impresa. Quando si dice la lungimiranza…
    Post di ampio respiro e di un certo gusto.
    Mi ricorda giusto di un personaggio ne “Il Re Pescatore” di Tim Powers. Locandiere, poeta incompreso che si rifugia con l'unica compagnia (un altro poeta) in grado di apprezzarlo. Nel frattempo i Turchi assediano Vienna.

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  2. La lungimiranza è la dote che contraddistingue questo paese: dà ad altri chi è capace di navigare in alto mare e si limita al cabotaggio per vendere alici sotto sale nel paesello vicino 🙂

    Sapevo che la repubblica di Venezia avesse valutato una colonizzazione nei Caraibi e avesse concluso che sarebbe stato impossibili tenere l'eventuale colonia. Se lo dicevano loro, è sicuro che era così: gente serissima i Veneziani di quel tempo, e dalla forca facile.

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  3. Procedi un pò per sommi capi (inevitabile, data la “mole” del tema e l'arco storico che prendi in esame…), ma gli argomenti sono interessanti, e specie sugli arcadi – ma anche l'atteggiamento, da arcade, tuttora diffuso… – mi trovi d'accordo.

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