Mangiare sano fuori casa: è possibile?

Bertoldo, morto aver mangiato alla mensa del re.

Molti di voi lo sanno per certo, altri lo sospettano: io sono uno squattrinato e un fallito. I miei CV vengono ignorati sistematicamente dalle aziende leader del settore – che in Italia significa tutte le aziende – e ciò che faccio mi porta nelle tasche introiti sufficienti a comprare giusto le caramelle, che manco mi piacciono.

Questa cronica mancanza di danaro spiega per quale motivo io stia alquanto alla larga dai locali e mi trovi a mangiare assai di rado fuori casa. Insomma, la mamma non mi dice spesso “Ti fa male mangiare fuori tutti i giorni!” Forse non me lo dice da una decina d’anni. Ma sono sicuro che molti di voi se lo sentono dire con frequenza. Alzate la manina, su. Quasi nessuno? Ovvio, siamo quasi tutti senza lavoro.

Ad ogni modo c’è del vero in quella frase che mette a gratinare con parmigiano e burro la nostra capacità di sopportazione. Sono stato testimone e vittima di fatti che, almeno in parte, lo dimostrano.

Accade questo. Dopo ben sei mesi durante i quali mai mi capitò di mangiare fuori (lo scrivo anche in cifre, per chi non ci credesse: 6), un amico, sentendo appropinquarsi la festività del compleanno, invitò i sodali in un ristorante-pizzeria di buon livello della nostra urbe. Felice accolsi l’invito, che interrompeva la routine quotidiana di zuppe e minestre da me cucinate, stile contadino sardo del Seicento, ma con meno malattie epidemiche.

La cena, devo dire, fu tutt’altro che soddisfacente. Le portate erano insapori, nonostante l’uso aberrante di ogni spezia che l’Asia produce. Il vino sapeva di tappo e il tappo era di plastica. Tornai a casa in condizioni a dir poco precarie. Già questo dice qualcosa: e va bene che non sono più un ragazzino, ma della carne, un contorno e poco più non hanno mai ammazzato nessuno.

Qui mi sbagliavo. Mi bastò mettermi a letto per percepire l’entità dell’errore e il suo spaventoso ammontare contabile. Quando ci si sente una palla medica nello stomaco ogni cosa acquista più chiarezza. Pure l’irritante abitudine di smadonnare sembra all’improvviso quantomeno scusabile. La notte e la giornata successiva trascorsero così, in debilitata solitudine, a vegetare nel letto con le stesse prospettive di una tartaruga rovesciata.

Alcuni giorni dopo, ormai sanato da ogni male e con la pancia piena di un piatto di spaghetti al pomodoro (premio della vittoria), andai in biblioteca dai cari amici, che tanto erano preoccupati della mia assenza. Raccontai la mia disavventura alimentare, a causa della quale avevo visto la morte in faccia (aveva la faccia del cassiere del ristorante). Infine chiesi ai miei amici, eletta schiera, di espormi il loro parere sul caso.

Una diagnosi fra tutte si impose per la sua solidità argomentativa. Era l’opinione di quel mio amico di cui vi raccontai una volta una disavventura amorosa. Dopo aver lungamente citato Ippocrate, Galeno e altre autorità mediche, pronunciò testuali parole:

Il tuo è stato un errore da incosciente. Non hai più il fisico, la complessione, per mangiare come mangiano i signori. Da troppo tempo la tua borsa non ti permette simile alimentazione, così hai perso l’abitudine ai cibi raffinati e ti sei abituato a mangiar plebeiamente, con cibi grossolani. Amico mio, hai rischiato di fare la fine di Bertoldo, che alla corte del re Alboino viene rimpinzato di manicaretti sopraffini e buoni arrosti: se ne ammala e alla fine ne muore. Ma sarebbe vissuto cent’anni se gli si fosse permesso di mangiare come la natura e la classe sociale gli dettavano, ovverosia di mangiare da villico: rape e fagioli. Lo stesso vale per te: non puoi mangiare cibo da signori, perché ormai sei abituato a tutt’altra specie di pietanze: zuppe da versare sul pane secco, scatolame mefitico, birraccia del discount.

Tutti lodammo e approvammo tale diagnosi. E nessuno si stupì quando ci ricordammo che siamo soliti dire del nostro amico: “Quanto a saggezza tu e il Dalai Lama ve la giocate a pari.”

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7 pensieri su “Mangiare sano fuori casa: è possibile?

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