Il duro lavoro del disinformatore

Il blogger Alessandro Madeddu in abiti da disinformatore.La mia giornata di disinformatore inizia quando suona la sveglia, a mezzogiorno. La maledico, perché sarà anche mezzogiorno, ma è sempre troppo presto. D’altra parte bisogna pur lavorare per guadagnarsi la mesata… Per prima cosa vado in cucina e faccio colazione: caffè, pane tostato, uova, prosciutto di foca in via di estinzione. La prima colazione è importante.

Stappo una 0.66 di birra e telefono al capozona.
ALO: Salve, capo, tutto bene?
CAPO: Sì, tutto intero. Che ciucca ieri…
ALO: Non me ne parlare. Istruzioni per oggi?
CAPO: Segui i tuoi programmi abituali. Ho un solo compito specifico da assegnarti. Su un blog è comparso il documento che avevamo perso durante il trasloco al terzo piano interrato dell’Area 51, quello con i prospetti di sterminio globale relativi al prossimo trimestre. Solito trattamento. Ah, è un blogger di estrema destra.
ALO: Capito: gli cracco il blog, gli sostituisco ogni frase con “io lovvo il pisello” e ogni immagine con pornografia gay.
CAPO: Mi raccomando di abbondare con l’anal fisting.

Così inizia la mia giornata tipo. Alle 13.00 il fascista bloggatore può dirsi sistemato per sempre. Magari una di queste sere lo andiamo a trovare a casa sua, mascherati da guardie rosse maoiste, così gli passa del tutto la voglia di fare lo spiritoso. Apro un’altra birra e ascolto un po’ il Giornale Radio. Oh, senti qui, un colpo di stato a Tripoli. La nostra sezione Dieta Mediterranea e Affini lavora a pieno regime.

Ore 14.00. Giretto turistico su Facebook e un’altra birra. Prendo a caso una pagina per svalvolati, tipo Scienza di confine, e la riempio di interventi deliranti con i settanta profili falsi che ho aperto grazie alla nostra joint venture con Zuckerberg. Tanto quelli si bevono tutto: ultimamente anche la loro piscia, dicono che sia curativa. Di sicuro non per l’alito.

Ore 15.30. Direi che ho lavorato abbastanza, si è pure fatto tardi. Mi faccio portare il pranzo dal ristorante Il ramarro goloso, ché a noi disinformatori piace mangiare bene. Risotto ai gamberi, scaloppine al limone, insalata caprese, budino. La birra e il caffè li metto io.

16.15. Pisolino.

17.00. Si torna alle sudate carte con una visitina al blog di Beppe Grillo, croce e delizia di tutti noi. Una visita per trollare, ça va sans dire. Sempre che il grande Peppe non si trolli da sé, cosa che ultimamente fa abbastanza spesso. Meglio, fatica risparmiata.

18.00. Mi concedo mezz’ora di meditazione trascendentale, cerco la risposta alle grandi domande che assillano l’uomo. Qual è l’origine dell’universo? C’è vita dopo la morte? Ki ti paga?

18.30. Non ho trovato la risposta. Mi rado, mi faccio la doccia e mi vesto elegante per la serata. E per fare sfoggio di disponibilità finanziaria chiamo due taxi.

19.00. Arriviamo alla Lucertola ubriaca, il locale dove si riuniscono i disinformatori della mia città, capizona e impiegati, ognuno con la propria signora. Bisogna festeggiare una giornata di duro lavoro, e tutte le nostre giornate lo sono. Ho scritto arriviamo perché ora siamo in due. Sulla tangenziale ho trovato un’accompagnatrice: ho spiegato che vado a una festa e si è accontentata di 30 euro e qualche sigaretta. Dice di chiamarsi Zoja. Sospetto che sia un nome d’arte. È una tipina fine, avrà di sicuro la lingerie di pizzo. Tutti mi chiedono: “Ma ce li ha diciotto anni?” Mica le ho chiesto i documenti. In una coppia la fiducia è fondamentale.

Seguono otto ore di crapula e alcolismo aberranti. Noi del Nuovo Ordine Mondiale abbiamo le consumazioni illimitate in tutti i locali, ci basta esibire il tesserino con il simbolo degli Illuminati di Baviera. È una pacchia, sissignori.

La serata finisce, s’alzano i bicchieri per l’ultimo brindisi. I capizona porteranno le loro escort a compiere acrobazie in lussuose suite d’albergo. Noi altri, bassa manovalanza della disinformazione, più modestamente ci mettiamo in fila per portare le nostre belle a ragliare nel retro del locale, fra il cassonetto del vetro e un eroinomane collassato. Oddio, potrebbe essere un caso di overdose. L’ultimo della fila, quando ha finito, si ricordi di chiamare un’ambulanza!

***

Questo è il post numero 100. Pago da bere a tutti.

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20 pensieri su “Il duro lavoro del disinformatore

  1. O di quando hanno scoperto che il nome scritto con lettere minuscole rende liberi dal debito pubblico! Certo che per essere un' organizzazione mondiale con trilioni di dollari di budget ci facciamo sfuggire sempre qualcosa…

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