Cose che si vedono al parco

Delle anatre in qualche parco pubblico.Il comune della mia città, Cagliari, opera in due direzioni. Aprire nuovi parchi – per mantenere la posizione nella classifica delle città per estensione di verde pubblico – e multare tutto il multabile, così da avere i soldi per aprire nuovi parchi.

A me è sempre andata bene, perché non ricevo multe e mi piace andare a leggere al parco appena entra la stagione secca (qui le stagioni sono come quelle del Serengeti).
Di solito vado al parco più vicino a casa: è nuovo di pacca, con molte panchine, ben curato. A volte però mi tocca fare un po’ di strada in più e raggiungere un altro parco, perché la prima scelta presenta, a seconda degli orari e dei climi, una fauna irritante assai, ostacolo alla lettura e alla vita associata.

La peggiore di queste calamità faunistiche è l’orda delle mamme, mamme che portano i figli a giocare. La calamità, ci tengo a precisarlo di nuovo, sono le mamme, non i bambini: i pargoli si limitano a inseguirsi, mangiare le proprie caccole e rotolarsi per terra, come è immutabilmente inciso nel loro DNA. Che poi, se non frignano, sanno anche essere simpatici.

Il problema sono le care nutrici. Sono una persona placida e tranquilla, ma anche a me sale l’animo dell’assassino seriale quando sento la giovine mammina gridare, per la decima volta in mezzo minuto: “Kevin, smettimela di inseguire alle oche!”

Sorvolo sulla sintassi della frase. Sorvolo anche sulla scorretta identificazione del palmipede: signora, è un’anatra. Se il palmipede fosse un’oca, sarebbe il palmipede a inseguire suo figlio, non il contrario – e con mio sadico sollazzo. Come quella volta che ho visto due di queste scimmiette stuzzicare un cigno: non sapevano, gli incauti, che il cigno è una belva feroce. Avranno incubi per tutta la vita. Magari lasceranno una quota dei loro futuri – e magri – proventi nelle tasche di uno psicanalista con la laurea falsa, o di un freudiano che s’illuminerà d’immenso [trad. it. “viene nelle mutande” NdR] sentendo che fu un uccello a causare il trauma.

Ma su quel Kevin non si può sorvolare. Anche perché la bella – e curata, e a malapena maggiorenne – mammina grida il nome della creatura con un tono di voce che sovrasterebbe il passaggio a bassa quota di una squadra di intercettori dell’Aeronautica Militare.

Signora mia, voce soave, parole di miele, mi permetta di chiederle una cosa: perché? Perché quel bambino si chiama Kevin? Le pare di essere sul set di un film sugli adolescenti a stelle e strisce? Lo guardi. Sembra uscito da un nuraghe, magari ha pure il monociglio; gli manca solo di indossare la mastruca.

Oppure – ma questo si vedrà quando sarà adulto – come molti Cagliaritani avrà un’aria da rigattiere levantino. Quando si studiano le guerre puniche ci si immagina queste facce leggendo di politicanti e generali di Cartagine, con nomi tipo Mutumbaal, Asdrubaal, Adonibaal.

E lei, signora, lo fa chiamare Kevin. Che ha fatto di male suo figlio per meritare un nome come Kevin (o altri ad esso assimilabili: Michael, Jennifer, Geiar)? Se anche fosse il risultato di un coitus interruptus che non si è interrotto, perché prendersela con lui? non era meglio riempire di legittime mazzate quell’incompetente del padre?

Capito, chicco? quelli fanno la frittata, poi fanno pagare a te le conseguenze: errore di gioventù, dono di Dio, prodotto del ghindolo perduto.

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23 pensieri su “Cose che si vedono al parco

  1. Comunque qua da me (toscana meridionale) la moda dei nomi anglofoni è un po' scemata fortunatamente (oppure sono io che non frequento gente disposta a chiamare il proprio pargolo Kevi' o Maico') 😀

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  2. Pingback: La crisi ucraina arrivò al parco | frottole

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