Pieno giorno, di J.R. Moehringer

È la vigilia di Natale del 1969. Una piccola folla di inviati della stampa attende che William Sutton esca dal carcere di Attica, dove sta scontando l’ergastolo dal 1952: è stato graziato a motivo delle sue precarie condizioni di salute. Giornali e televisioni vogliono raccogliere le prime parole che Sutton dirà da uomo libero. Solo un giornale ci riuscirà, quello al quale l’avvocato di Sutton ha venduto l’esclusiva. Gli altri rimarranno a bocca asciutta.

William Sutton gira per una New York che non è più la sua e ripercorre un’esistenza di criminalità in compagnia del Fotografo e del Giornalista. In una giornata si condensa l’intera vita di William Sutton, detto Willie l’Attore, che nella patrie galere ne ha trascorso la metà e fu il più famoso rapinatore di banche della sua epoca: tre decenni di onorato servizio, tre evasioni, un numero incalcolabile di rapine messe a segno senza mai sparare un colpo di pistola.
Eppure ci sono dei colpi di pistola nella carriera di Willie Sutton. Sono i colpi che uccidono il giovane Arnold Schuster, il passante che nel 1952 riconosce Sutton – che era latitante – e lo segnala alla polizia. Poco tempo dopo Schuster viene trovato morto nel suo quartiere, crivellato di pallottole. Si dice che il gangster Albert Anastasia abbia voluto dare una lezione agli informatori, categoria umana che non gli andava molto a genio. Ma qualcuno pensa che Sutton abbia sollecitato l’intervento. Di colpo l’opinione pubblica, che lo aveva ammirato per le sue imprese di ladro e gentiluomo, per le sue azioni da smargiasso (in “pieno giorno”), per la sua eleganza nel vestire, gli volta le spalle: basta quel sospetto e Willie l’Attore non è più Robin Hood e forse è solo un volgare criminale.

Chiarire la questione Schuster – Sutton ha anche lui le mani sporche di sangue? – è quanto preme al Giornalista. Ma Willie è irremovibile: se vogliono il servizio, se vogliono arrivare alla questione Schuster, dovranno portarlo in tutti i luoghi di New York che desidera, perché quei luoghi sono le tappe della sua vita e lui vuole raccontarla con ordine. Insomma, se vogliono sapere quello che ha da dire, dovranno accettare le sue condizioni.

Fotografo e Giornalista accettano. Così prende forma il romanzo, che incastra la narrazione nella New York del ’69, con i botta e risposta dei tre personaggi, con quella del passato: la Brooklyn dell’inizio del ‘900, la crisi del ’29, il grande amore, la carriera criminale, gli arresti e le evasioni dell’elegante e colto rapinatore.

Il rapinatore però non dice tutta la verità e questo diventa gradualmente chiaro sia al Giornalista che ai lettori. Sostiene che nel dossier del Giornalista ci siano degli errori, dice di ricordare diversamente. All’inizio sembrano omissioni e mezze verità di poca importanza, dettagli marginali, ma lì in mezzo c’è una menzogna fondamentale, alla fine anche palese. Quando Sutton la racconta forse non è consapevole di dire il falso, forse non è del tutto corretto chiamarla menzogna. William Sutton è stato per così tanto tempo Willie l’Attore da non distinguere più la realtà della sua vita dalla vita che aveva recitato.

***
Pieno giorno, di J.R. Moehringer.
Titolo originale: Sutton, prima edizione nel 2012.
Stampato da Piemme, nella traduzione di Giovanni Zucca.

PS Il cartaceo di Pieno giorno è avvolto da una fascetta dalla quale Baricco dichiara urbi et orbi: “Moehringer è di una bravura mostruosa!” Deve essere una trovata di Piemme per vendere meno copie, non ho altre spiegazioni.

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