La leggenda dello scriba, di Shmuel Yosef Agnon

Ieri in biblioteca mi è caduto l’occhio su un libro di un autore che non conoscevo, S.Y. Agnon. Il titolo è di quelli che intrigano: La leggenda dello scriba. L’ho portato al tavolo e l’ho letto in un paio d’ore: dodici racconti, uno più bello dell’altro.

Agnon è pseudonimo di Czaczkes, galiziano dell’Impero austro-ungarico, che cominciò a scrivere all’età di otto anni: in Ebraico e in Yiddish. Morì in Israele nel 1970, dopo aver ottenuto il nobel per la letteratura nel 1966. Questa edizione di Adelphi raccoglie alcuni dei suoi racconti, scritti in ebraico fra il 1908 e il 1938. Li elenco qui di seguito.

  • La leggenda dello scriba.
  • Anime prigioniere.
  • La grande sinagoga.
  • Salite e discese.
  • Storia del piccolo rabbi Gadiel.
  • Azriel Moshe il custode dei libri.
  • Sentieri di giustizia.
  • La storia della capra.
  • Due paia.
  • Su una pietra.
  • Il senso dell’odorato.
  • Il fazzoletto.

Il fatto che siano scritti in ebraico deve avere un significato importante: se non erro, quelli erano anni di discussione e polemica sull’uso della lingua nelle comunità ebraiche della diaspora, e non solo. Il tema, non a caso, rientra in uno dei racconti, Il senso dell’odorato, che è anche un bel racconto sul piacere di leggere.

Dodici racconti sul mondo degli Ashkenaziti, gli Ebrei dell’Europa centro-orientale: a volte predomina l’elemento folklorico, a volte la favola, a volte l’apologo morale. In qualche caso il racconto fonde i tre elementi, come nella Storia del piccolo rabbi Gadiel: rabbi Gadiel era un uomo piccolissimo (poteva stare a cavalcioni di un astuccio per le penne), ma dall’eloquio potente e dalla voce tonante. Grazie a queste qualità salverà la famiglia e la comunità da un pogrom. Verrà ricompensato: il profeta Elia lo porterà con sé nel Regno dei Cieli. Lì Gadiel, su un libro mastro, segnerà i nomi di coloro che calunniano un giusto e le false accuse che pronunciano: perché Dio ha un conto in sospeso con i calunniatori, conto che salderà alla Fine dei Tempi.

Dio è in ogni racconto: è il primo pensiero dei personaggi, è colui che tutto vede e tutto giudica, secondo la sua insondabile decisione. I personaggi non lo nominano mai, nemmeno quando si rivolgono a lui direttamente. Dio è il Santo, il Luogo, il Nome. Quando ci si riferisce a lui si aggiunge: “sempre benedetto sia.” Così come si benedice il ricordo delle persone scomparse, il vino sulla tavola dello Shabbat. Emerge da ogni frase un vissuto quotidiano permeato di ritualità – la preghiera del mattino, la preghiera della sera, lo scialle, la Torah: un contatto continuo e intimo con il divino.

Un divino che può riempire l’intera vita, come nel racconto che dà il nome alla raccolta, La leggenda dello scriba: rabbi Rafael, copista, e sua moglie Miriam sono una coppia non più giovane che non ha avuto figli; nonostante la loro sfortuna non mancano in nulla, sono un esempio di purezza rituale, rettitudine, discrezione, modestia e profondo amore coniugale.

Altri racconti hanno l’andamento delle storie sapienziali, come quello di reb Hanan Abba (Salite e discese), ricco mercante che tocca l’apice della propria fortuna: da quel momento in poi la sua stella si offusca e la sua vita decade. Il mercante perde ogni cosa e diventa un mendicante: ma sopporta tutto, come Giobbe, perché sa che la vita è una ruota: la fortuna, toccato il fondo, tornerà a sorridergli. O come la storia di Azriel Moshe (forse la più bella). Facchino al mercato, Azriel Moshe è un uomo che beve troppa acquavite e litiga con la moglie. Ma è anche un uomo buono, timorato, che prega con sincerità: non ha avuto modo di studiare e sente come un peso la sua ignoranza. Tanto s’impegnerà per migliorarsi e istruirsi, tanto amerà i libri e la sapienza, tanto farà e soffrirà per la causa della cultura, da guadagnare il ruolo di custode della biblioteca del Regno dei Cieli.

Il lieto fine (quando c’è) mitiga appena l’amarezza del racconto: sono spesso storie dolorose, i loro protagonisti vivono in balia dell’errore, della cattiveria altrui, dell’ingenuità propria, di un mondo che non fa sconti. La loro speranza è di vedere la Fine dei Tempi, l’arrivo del Messia che farà giustizia delle storture, che premierà i giusti che hanno sofferto: una speranza che si alimenta di millenni di dolore.

Eppure Agnon riesce a essere uno scrittore ironico. La sua è un’ironia studiata e leggera, guidata dalla tenerezza che si prova per quei protagonisti verso i quali la vita non ha mai pietà.

Mentre leggevo questi racconti mi è tornato in mente un video che vidi sul Tubo. Un Ebreo di Tripoli in Libia, con una gamba ingessata, scherza con l’ospite riguardo l’incidente stradale e racconta una barzelletta, fingendo di aver vissuto la vicenda in prima persona. Gli si fa notare che il buon umore, nonostante la frattura, non gli manca; lui spiega: “Dobbiamo sorridere anche quando stiamo male: così è comandato per gli Ebrei.”

***


La leggenda dello scriba e altri racconti, di Shmuel Yosef Agnon.
Edito da Adelphi nel 2009 nella traduzione di Anna Linda Callow e Claudia Rosenzweig.

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14 pensieri su “La leggenda dello scriba, di Shmuel Yosef Agnon

  1. “Czaczkes, galiziano dell'Impero austro-ungarico”

    Già questo basta a convincermi! 😀 Penso che proverò anch'io a cercarlo nelle biblioteche locali, perché gli Adelphi costicchiano…

    Mi piace

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