Di rigattieri, di hipster e di orologi sovietici

Raketa Zero, orologio sovietico per ipovedenti, anni '80.

Ho pensato di scrivere questo post dopo aver letto quello di Coscienza: parla di hipster e – giustamente – li deride. Se non conoscete il suo blog, rimediate subito: è pieno di cose interessanti laggiù. Coscienza parla di un caso che a me era sconosciuto: il negozio da rigattiere per hipster. Un posto lindo e pulito dove il fenomeno sociale in questione può aggirarsi indisturbato e senza vedere la sua purezza rituale insozzata dalla realtà.

Io sono un frequentatore compulsivo di negozi di rigattieri, bancarelle dell’usato, librerie che offrono libri fuori catalogo dall’anno del pelo. Ma non entrerei mai in una rigatteria hipster. Semplicemente le manca tutto ciò che rende una rigatteria degna di questo nome.

Il negozio di un rigattiere deve essere pieno come un uovo. Le cose devono essere disposte secondo un ordine imperscrutabile, il che equivale a dire che devono essere disposte nel caos più completo. Il rigattiere mette una porcellana inglese sopra una pila di Urania, come fermacarte. Gli Urania non sono in ordine cronologico né alfabetico. In mezzo a loro si annida, in agguato, qualche numero di Segretissimo. E, ultimo ma non per importanza, tutto deve essere coperto da un sottile strato di polvere protettiva, che evita ai preziosi oggetti i danni provocati dall’usura, dalle intemperie e dalle manacce dei clienti. Poi provoca anche crisi allergiche: ma pseudoefedrina cloridrato oggigiorno non si nega a nessuno.

Ecco, tutte queste cose la rigatteria hipster non le ha, quindi no, non ci entrerò mai. Figuratevi che quando entro in una libreria di libri usati e scopro che i libri sono in ordine, che i commessi sanno cosa c’è sugli scaffali e cosa no, mi chiedo dove sono finito. È per questo che adoro andare al mercato che si fa all’aperto la domenica, dove nulla è in ordine e chi vende libri potrebbe vendere anche borsette da donna o lampadari in stile liberty. Ma non sottovaluterei nemmeno il fatto che al mercato della domenica si incrociano un sacco di ragazze Rom bellissime.

Nelle ultime settimane ho fatto un acquisto al mercato Orologio Raketa Zero.della domenica: l’orologio che vedete in apertura del post e anche qui di fianco. Non ho portato un orologio al polso per dieci anni. Questo è un Raketa detto Zero per ovvi motivi. Fabbricato a Petrodvorets, distretto di Leningrado, verso la metà degli anni ’80.

La ditta esiste ancora. Continua a fabbricare degli orologi ispirati al vecchio arnese, potete vederli sul catalogo: si chiamano Petrodvorets classic. Insomma, un quadrante che ha fatto scuola.

Si tratta, a dire il vero, di un quadrante molto inusuale. Quelli di Raketa sono solitamente degli orologi alquanto classici, caratterizzati dall’eleganza sobria e pulita che si reputava conveniente al cittadino di un paese socialista. Chiamati a progettare il quadrante per un orologio da ipovedenti, forse un po’ disorientati dalla richiesta, i disegnatori sembrano aver riesumato uno stile che si dava per morto. Lo Zero ricorda gli anni ’20 delle avanguardie, l’estetica essenziale e razionale del costruttivismo, le figure geometriche e l’astrattismo suprematista. Sembra l’orologio che uno come Vladimir Tatlin avrebbe disegnato per sé.

Fu un grande e inaspettato successo per la ditta, una vittoria del disegno industriale sovietico. A comprarlo non erano solo le persone dalla vista corta, ma anche quelle che ci vedevano benissimo. Forse il costruttivismo attirava ancora. Si diffuse presto anche in Occidente, dove si vendeva in gioielleria, dentro una scatola rossa che portava la scritta CCCP ben impressa.

A questo proposito si racconta una storia. Nel 1985 il compagno Michail Gorbačëv venne in Italia. A una conferenza stampa dei giornalisti gli chiesero che cosa significasse per il cittadino, per l’uomo comune, il nuovo corso della Perestrojka. Gorbačëv mostrò l’orologio che aveva al polso e disse che la Perestrojka significava riprendere da zero. Aveva questo Raketa.

Adesso non solo Gorbačëv ha uno Zero, ce l’ho anche io. L’ho portato dall’orologiaio, il signor Mariano, e abbiamo fatto il tagliando. Lo Zero è un orologio a carica manuale: in biblioteca, dove c’è silenzio, lo sento ticchettare e mi tiene compagnia quando sono da solo.

Vanno per la maggiore orologi grossi come boccali di birra dell’Oktober Fest, con complicazioni che compiono calcoli di meccanica orbitale: tutto questo per un oggetto che ci deve permettere di dire, al passante che ce lo chiede, che è mezzogiorno meno dieci. Ma io sono un tipo eccentrico, se sono alla moda lo sono solo a causa dei corsi e dei ricorsi della storia: e me ne vado a spasso tenendo al polso 40 grammi di solida meccanica sovietica.

***

Petrodvorets è una fabbrica antica. Venne impiantata su decisione dello Zar Pietro, nel Settecento. Sul Tubo c’è un bel documentario sulla storia di questa industria. Andrej Tolubeev (dovrebbe essere uno scrittore) visita gli impianti, racconta aneddoti e mostra gli orologi. Parla anche dello strano nome dell’azienda: Raketa vuol dire razzo, missile. Nel 1962 la ditta prese questo marchio: l’Unione Sovietica era galvanizzata dalle imprese dei primi cosmonauti, la parola missile non evocava l’incubo della guerra atomica, faceva sognare la conquista delle stelle.

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9 pensieri su “Di rigattieri, di hipster e di orologi sovietici

  1. Vedo che, per quanto riguarda i negozi di rigattieri e, in particolare, quelli di libri usati abbiamo dei gusti molto simili. La “cara ragazza” dice sempre, e a ragione, che conosco tutti i negozi di libri usati e/o a metà prezzo tra Trieste e Verona (in realtà ne conosco uno anche a Trento), non manco mai, tempo permettendo, di andarli a visitare, a volte ci trovo dei tesori inaspettati.

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  2. Pingback: Radersi col rasoio di sicurezza | frottole

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