Si stampano troppi libri. Ma quanti ne dovremmo stampare?

Volumi di William Shakespeare.

Scegliamo fior da fiore dal lungo elenco dei mantra contemporanei: si stampano troppi libri. Affermazione che tanti, di primo acchito, trovano condivisibile. Basta entrare in libreria e osservare l’elefantiasi dello scaffale con le novità per pensare che tutto sommato ci sia del vero in quella frase. Eppure c’è qualcosa che non convince.

Ieri leggevo un post di Davide Mana, L’estinzione dei self publisher, che parla della diffusa idea che l’autopubblicazione scomparirà sommersa dall’immondizia che la compone al novantacinque percento. Idea di cui dimostra l’infondatezza con argomenti che trovo convincenti ed eleganti, tratti dalla sua esperienza di paleontologo.

L’argomento della crisi da sovraproduzione di autoprodotti non è che un caso particolare del mantra di cui dicevo sopra. Ricordo in proposito un bell’intervento di Jacopo de Michelis (contra Antonio Scurati nel ruolo dell’apocalittico): lo lessi sul blog di Anna Albano e lasciai un commento.

Approfitto dell’occasione per riprendere quel commento e argomentarlo meglio.

 

Si stampano troppi libri. Quanti se ne dovrebbero stampare?

Si stampano troppi libri, dicono. Bene, allora ci dicano anche quanti se ne dovrebbero stampare: se giudicano l’attuale produzione eccessiva, significa che esiste una quota produttiva ideale, che tale quota possa essere individuata, se non raggiunta.

Già a questo punto la convinzione sulla sovraproduzione editoriale dovrebbe cominciare a fare acqua. Nessuno pare sapere quanti libri si debbano stampare. Chiediamo in giro. Il Grande Editore ci dirà che si devono stampare i suoi libri e che i piccoli editori si levino di torno. Il piccolo editore ci dirà che i Grandi Editori dovrebbero smettere di inondare il mercato nella speranza di fare il colpaccio. È sempre colpa degli altri. Perché mai qualcuno dovrebbe ridurre la propria produzione? sa benissimo che gli altri non gli useranno la cortesia di fare altrettanto. Se anche questa quota di produzione fosse disfunzionale per tutti i partecipanti, nessuno dei partecipanti si impegnerebbe a ridurla: è il dilemma del prigioniero.

Da questo lato non si cava nulla. Proviamo su quello opposto. Chiediamo la soluzione ai tecnocrati del Gosplan, la commissione per la pianificazione economica dell’Unione Sovietica. È gente esperta di conti e statistiche. Valuteranno, soppeseranno, decideranno la quota da produrre, la ripartiranno per generi, per autori iscritti all’Unione degli scrittori e infine ci troveremo a fare la coda in libreria perché i libri non saranno abbastanza per tutti. Ma a parte questo, qualcuno fra voi si sente di avere l’autorità di decidere quanti e quali libri si devono stampare?

Ricorriamo alla saggezza del popolo? un passante ci risponde con una domanda: “Che cosa sono questi libri?” Non ne avrà mai visto uno, pensiamo. Però la domanda è legittima: che cosa sono i libri? Togliamo di torno le sparate retoriche e teniamo ben presente l’argomento. I libri sono un prodotto: si comprano, si vendono, si usano, si regalano, a volte si gettano via. Sono un prodotto, si vendono, si comprano, quindi hanno un mercato… e il ripetitore di mantra dirà: “Ecco, ho ragione io: il mercato è saturo, si stampano troppi libri” e riprenderà da capo.

 

Un mercato solo?

In Italia vige la convinzione che il mercato sia un campo di battaglia per reggimenti di carta bollata e che la domanda sia una quota fissa, determinata all’alba dei tempi da qualche essere sovrannaturale. Da questa convinzione deriva poi il modo tipico di fare impresa di questo paese: entrare sul mercato a gamba tesa, trincerarsi tramite privilegi concessi dallo Stato ed evitare così l’ingresso di quei terroristi dei concorrenti. Questo, ça va sans dire, rende la clientela una riserva di caccia sulla quale lucrare a mani basse.

Il punto è che non esiste un mercato dei libri, se non come astrazione contabile, se non come semplificazione utile alla redazione di infografiche o interventi ai convegni catastrofisti. Esistono molti mercati di libri. Per certi libri non esiste alcun mercato. Questi mercati hanno una caratteristica interessante sul lato della domanda: il lettore, se non è soddisfatto dall’offerta del mercato che lo interessa, non necessariamente si sposterà su un altro mercato di libri.

Mi spiego. Fingiamo che si vendano solo libri di cucina, storie di vampiri e di amori delle pastorelle. A me non interessano, vorrei i romanzi del realismo francese, i saggi di storia e di sociologia. Ma non ci sono. Che fare? Devo comprare una storia di vampiri per soddisfare una sorta di bisogno fisiologico di lettura? Non mi sembra: il medico non mi ha prescritto di leggere, non comprerò alcun libro e spenderò diversamente i miei soldi (se ne avrò).

Se qualcuno stampasse un saggio di sociologia, lo acquisterei seduta stante. Gli altri produttori (checché ne dicano) non perderebbe alcuna quota di mercato, perché non ho mai comprato i romanzi sugli amori delle pastorelle e mai lo farò. Forse questo non è chiaro a tutti gli editori: non siamo tenuti a comprare dei libri che non ci interessano. Quando acquistiamo il libro acquistiamo sì un oggetto (carta, copertina e inchiostro) o un file. L’oggetto (o il file) sarà anche intercambiabile, il contenuto invece no: e quello che ci attrae è proprio il contenuto. Nessuno ci ha perso, quindi. In compenso io e l’editore della sociologia abbiamo guadagnato: io la lettura tanto desiderata, lui un cliente. Non c’è spazio per la sociologia, venderà due copie e poi dovrà chiudere? possibile, probabile, non dico di no: ma è tutto un altro discorso.

Il mercato del libro – l’astrazione contabile – è fatto così, come tutti i mercati: l’ammontare della domanda non si è formato per lunga pratica, ab immemorabili. La domanda si crea e si suscita, non sempre a spese delle quote altrui. Qualcuno dirà che l’offerta, se diventa troppo ampia, rende impossibile fare una scelta ponderata su dati completi e precisi. Senza dubbio. Ma questo vale per tutti i prodotti. Il bancone della pasta in un supermercato è gigantesco, i produttori sono decine: per caso qualcuno va a comprare la pasta portando con sé un economista per valutare i costi-benefici dell’acquisto delle diverse marche? Ci si pone un problema del genere per i libri, ma non per la pasta: eppure la pasta è importante, quando ci si siede a tavola se ne è sempre consapevoli.

 

Chiudo

Mi accorgo che ho debordato da tutti i margini come le Tebaidi di cui rideva Giovenale. Democristianamente mi avvio a concludere. Spero di essere riuscito a mostrare che l’enunciato “Si stampano troppi libri” non ha molto spessore reale: penso che sia un’affermazione più che altro ideologica.

Lancio l’ultima esca e poi parto per le vacanze*. Di fatto il dibattito si potrebbe sintetizzare in questa domanda: è migliore un mondo in cui si stampa un milione di libri, o un mondo in cui se ne stampa uno solo? Nel 2014 ce lo chiediamo ancora?

***

Image courtesy of Matt Banks / FreeDigitalPhotos.net

* Questo è l’ultimo post di luglio: ci vediamo a metà di agosto. Buone vacanze anche a voi, colleghi bloggatori eletta schiera.

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9 pensieri su “Si stampano troppi libri. Ma quanti ne dovremmo stampare?

  1. Pingback: La maratonda editoriale: perché gli editori pubblicano millemila libri? - BookBlister

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