La favorita del Mahdi, di Emilio Salgari

La copertina della Favorita del Mahdi, di Salgari: editore Barion.Anche questa volta vi parlo di un libro semisconosciuto. Meriterebbe un po’ di notorietà, non fosse altro perché è il primo romanzo di Emilio Salgari. L’Emilione nazionale lo scrisse mentre “gli avvenimenti” erano in corso: seguiva la rivolta del Mahdi e ne riportava le alterne vicende sui giornali veronesi.

Ho scaricato gratuitamente la mia copia da Amazon. Riproduce il tipo dato alle stampe dalla Casa editrice Bietti di Milano nel 1911, basata – credo – sulla prima edizione in volume (il romanzo apparve in appendice a un giornale inizialmente): presenta un bel po’ di refusi, ma molti meno della prima (sono elencati alla fine del testo). Questo basti per tutti coloro che “l’editing oggigiorno non si fa più, in che mondo viviamo!”: non si faceva nemmeno illo tempore.

Ma andiamo al romanzo che aprì la sfolgorante e sfortunata carriera di Salgari. Siamo in Sudan e corre l’anno 1883. Il paese, sotto la signoria degli Egiziani, è scosso da una jihad. Un venerato eremita – Mohammed Ahmed – solleva le tribù delle campagne e i beduini del deserto contro gli occupanti. Si fa chiamare Mahdi. Il Mahdi è una figura dell’escatologia islamica: sarà un uomo guidato da Dio che redimerà i musulmani dai loro errori e preparerà il ritorno di Gesù, che regnerà sull’intera Terra prima del Giorno del Giudizio, quando Dio resusciterà i morti e giudicherà tutti gli uomini. Questo Mahdi ha vasto seguito nel Sudan: il popolo subisce le angherie dei funzionari egiziani, i signori e i potenti sono stati privati del commercio degli schiavi – il Mahdi raccoglie e orienta militarmente lo scontento delle popolazioni rurali che vivono lungo il corso meridionale del Nilo.

Gli Egiziani stanno aggregando un esercito per prendere El-Obeid, la rocca dei ribelli. Un reggimento di questo esercito, al comando di Dhafar pascià, è accampato nei dintorni del paesino di Hossanieh e attende armi e rinforzi da Khartoum per poter marciare verso sud e unirsi ai reparti di Hicks pascià. La vita si trascina lenta e stanca fra le routine di quella improvvisata guarnigione. Gli ufficiali passano il tempo nei caffè, bevendo e fumando.

Tutto inizia in un caffè. Due ufficiali, amici da lungo tempo, si incontrano e bevono molta merissak, birra di mais. Sono Abd-el-Kerim, arabo, e Notis, greco. In quel caffè accade l’irreparabile. Arriva un’almea, Fathma, una danzatrice, per intrattenere i clienti: è una donna superba e splendida ed entrambi gli ufficiali se ne innamorano. La questione è più che spinosa: Abd-el-Kerim è il fidanzato di Elenka, la sorella di Notis. Sono gli elementi fondamentali per la reazione chimica chiamata disastro e il disastro non si lascia attendere.

L’amicizia finisce alle ortiche, inizia la faida. Elenka vuole indietro il suo fidanzato – e vuole morta la rivale. Notis vuole Fathma – e vuole Abd-el-Kerim di nuovo legato a Elenka. Fathma vuole l’ufficiale arabo e lui vuole lei. Parte così il romanzo, che è un romanzo d’avventura, con inseguimenti, rapimenti, imprevisti, paesaggi esotici, animali feroci, amore e desiderio di vendetta.

Al centro della trama stanno l’almea, che cerca di ritrovare Abd-el-Kerim, e Notis, che insegue lei. Per fortuna Abd-el-Kerim si trova in disparte per buona parte del romanzo: è il personaggio più debole, legnoso e a tratti lagnoso. L’almea è forte e decisa, a volte un po’ ossessiva (come il suo amato). In parte questo è il portato del grande amore di Salgari per l’opera lirica: i suoi personaggi pronunciano spesso “parole sceniche”, come le definiva Verdi. Questo spiega anche i tremendi dialoghi d’amore: solo un lettore dell’Ottocento può leggerli senza ululare dalle risate.

Riuscitissimo invece l’antagonista principale, il greco Notis, un uomo roso dalla gelosia, pazzo d’amore, gonfio d’ira per l’oltraggio subito dalla sorella, sorella per la quale prova un affetto tenero e sincero. Notis, sempre distinguibile per la sua barba nera e per il suo modo di imprecare, è un uomo di guerra capace di atti di grande coraggio, così come di viltà rivoltanti, specie quando si trova messo alle strette.

Altrettanto riuscito è Omar, il servo e attendente di Abd-el-Kerim: il suo padrone, “prigioniero” nell’esercito di Dhafar pascià, lo incarica di disertare e ritrovare la danzatrice. Omar, a prima vista, pare il classico aiutante del protagonista di certa narrativa: il nero che mette i muscoli mentre il bianco mette il cervello. Non è così: Omar è un uomo pieno di risorse. Sa maneggiare ogni arma e affrontare situazioni disperate, ha molti amici e la battuta pronta. Omar è anche un buon esempio di una caratteristica diffusa fra i personaggi del romanzo: per avere quello che vogliono sono disposti a qualunque cosa. Omar è un coprotagonista, uno dei buoni: eppure non si fa scrupolo alcuno, per ottenere l’informazione che gli serve è capace di torturare e uccidere. È lo stesso uomo che, quando viene a sapere che il suo padrone è caduto in mano dei ribelli, esclama “povero padrone mio!” e piange. Ma per i nemici non c’è pietà. E non è lui a toccare i picchi più alti in termini di efferatezza: Elenka e il Mahdi sono capaci di una crudeltà che è puro sadismo. Senza dimenticare l’almea: come lei stessa dichiara, e più volte, vive del suo desiderio di vendicarsi.

***

Basta, se no si finisce in spoiler.

Non leggevo il buon vecchio Salgari da molti anni. Mi sono chiesto, prima di iniziare, che effetto mi avrebbe fatto alla mia veneranda età. Ho scoperto che l’effetto è sempre lo stesso. Mi sono divertito un sacco e ho imparato parecchie cose. Non avevo mai sentito parlare di questa jihad del Sudan, che Salgari descrive e spiega con una precisione e una sintesi invidiabili. [A proposito, c’è un bel film sull’argomento, Khartoum, del ’66, recitato da giganti del cinema e del teatro: Laurence Olivier fa il Mahdi e Charlton Heston fa Gordon pascià; ogni parte, anche quelle minori, affidata ad attori di questo calibro.]

Salgari, da questo punto di vista, non potrà mai essere sopravvalutato. Ogni suo romanzo è una miniera di informazioni. A noi basta toccare il mouse per sapere che succede in Sudan. Cento anni fa ce lo avrebbe raccontato Salgari e ci avrebbe dato l’impressione di essere lì nel caffè di uno sperduto paesino del Kordofan, fra brocche di merissak e narghilè, e ci avrebbe spiegato come vive la gente in quel posto remoto e arcaico, in quali superstizioni crede, quali speranze le danno forza.

Insomma, questi sono gli argomenti del romanzo, questa l’ambientazione: un succedersi di sparatorie, capovolgimenti di fortuna, salvataggi in extremis che coinvolge soldati, ribelli, avventurieri, giornalisti, sceicchi, mercanti sennaresi, donne fatali. Le incongruenze non mancano e le ingenuità neppure. Ma, sinceramente, chi se ne frega. Dobbiamo fare le pulci proprio a Salgari?

 

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4 pensieri su “La favorita del Mahdi, di Emilio Salgari

  1. Un romanzo assai carino. Per molti Salgari sa di “vecchio” ma tutto sommato mi pare resista bene al passare degli anni. Per l'epoca, era praticamente un romanzo d'attualità. C'era un'intervista di fumetti in cui si citava Salgari e si rendeva bene cosa come non scrivesse in realtà polpettoni storici

    “Come accennavo prima, Salgari scrisse La Favorita del Mahdi. È come se uno scrittore di oggi scrivesse un romanzo di fantasia su Le mogli di Bin Laden. Roba da far tremare i polsi.”

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  2. Se anziché spappolare le palle con Manzoni (alle medie è TROPPO!) si leggessero autori come Salgari, nel giro di vent'anni il numero di lettori si decuplicherebbe.

    Salgari rappresenta il bello, il pulito, l'ingenuo, tutto ciò che ci faceva gioire da bambini, un po' come l'albero di natale.

    Uno che senza muoversi dall'Italia ha immaginato mondi su mondi, creando universi narrativi pazzeschi con quattro sostantivi in croce.

    Ed è tristissimo il fatto che lui sia stato così sfigato. Io a morir di fame ci vedo bene un moccia, o quell'altro pseudogialista morto da poco. Salgari no, non doveva far quella finaccia. Editoria di merda, sin dalla notte dei tempi. Sciacalli, pupazzi di merda.

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