A cosa serve la ventiquattrore?

Una ventiquattrore.

Cose che succedono. Una ventiquattrore di gusto sobrio attira subito l’attenzione del prossimo. Succede con molti oggetti di gusto sobrio, in questa valle di pacchianeria che è diventata l’Italia.

Il primo motivo è che gli accessori di gusto sobrio sono rari e quindi chi li porta passa per eccentrico. Se al polso non avete un pataccone da 500 grammi vi guardano come uno che se ne andasse in giro con cotta di maglia e spada come i paladini di Carlo Magno. Il secondo motivo è che certi accessori sono simboli universali di autorità tecnica: come la toga del giudice o la chiave inglese dell’idraulico. Il terzo motivo, che riguarda solo la ventiquattrore, è che è pieno di gente che gioca a immaginare cosa sia contenuto nella misteriosa borsa.

La mia ventiquattrore, che vedete nella foto, è stata scambiata per la borsa di un medico e per quella di un avvocato. Sono stato proprio fermato nel bel mezzo della strada da persone che mi hanno chiesto seriamente se faccio l’avvocato o il medico. Così, senza un motivo apparente – al mio diniego non hanno dato spiegazioni e se ne sono andate. Quello che mi scambiò per avvocato aveva un viso un po’ lombrosiano, lo dico per completezza.

Secondo me in realtà erano semplicemente curiosi di sapere cosa c’è nella mia borsa: le carte del processo per doppio omicidio carpiato, di cui tutti parlano? oppure lo stetoscopio, il bisturi e quella tremenda sostanza che trasforma il dottor Jekyll nel signor Hyde?

Speranze mal riposte: la mia borsa contiene un Kindle, una Bic orange da scontro di piazza, un’agenda da nemico pubblico e il quaderno con gli appunti del mio libro. Non c’è nemmeno la Luger, come nemico pubblico valgo assai poco.

Ad ogni modo, quale che sia il contenuto, ho davvero l’impressione che una ventiquattrore così semplice sia un simbolo riconosciuto di autorità e soprattutto di reddito stabile. (E il reddito stabile è una delle poche cose che la gente vuole anche se non va più di moda). Ne ho avuto l’ennesima conferma qualche giorno fa.

Tornavo dalla biblioteca insieme a un amico. Ci punge vaghezza di fermarci un poco in piazza della Darsena, nomata piazza Kiev in onore dei bei vecchi tempi, quando a fine serata si riempiva di badanti ucraine in libera uscita. Ora le badanti non ci sono più, essendosi tutte trasferite nei parchi cittadini di recente apertura.

Io e il mio amico ci sediamo su una panchina e parliamo del più e del meno. Di colpo si palesa un personaggio con pantaloncini corti, maglietta e barba – e addosso una puzza di lavato mai – che mi chiede:

No è k nsma aiut di drm mtina?

Ho reagito come Lino Banfi in Vieni avanti cretino: “Non ho afferrato, scusi”. E ho pensato: “Ci manca solo questo cretino che si è studiato il klingon…”

Il Klingon non la prende bene e si lancia una lunga tirata e indica insistentemente la ventiquattrore che avevo con me. Tutto in klingon.

Alla fine, comprendendo le mie proteste, si decide a passare a lingua meno esotica, nota come italiano. E lì avviene il prodigio, mirabile a udirsi. Sempre indicando la ventiquattrore dichiara, dichiara con sussiego: “Guarda che anche se tu lavori in ufficio, io sono molto più ufficiale di te.”

E se ne va. Sarà andato a chiedere il comando di una nave stellare.

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