Personaggi da bar peso

Bar Rafaeli

Il bar peso, quello di Stefano Benni, è presente in ogni città e paese della Repubblica. Ovunque si declina in maniera diversa. A Cagliari il bar peso è tipicamente un posto con poco spazio, con il perlinato, e dietro il bancone la foto di Gigi Riva, ornata e venerata come un’icona russa del XV secolo, scuola di Kiev. Al giorno d’oggi il bar peso nel centro città, un tempo suo areale di diffusione prediletto, è quasi estinto. Ciò è dovuto al fatto che gli affitti sono sempre più alti e la clientela fissa – pensionati che non hanno nulla da fare tutto il giorno – ha sempre meno soldi a disposizione per passare il tempo al bancone del bar, a lamentarsi dei comunisti che aumentano le tasse e del comune che non ripara la buca di fronte a casa.

Qualcuno rimane ancora, ma è specie minacciata. Quello in cui andavamo a prendere il caffè, quando studiavo all’Università di qui, c’è ancora, ma è cambiato molto. Ora è più che altro un tabacchino in cui qualche giocatore incallito dilapida i risparmi, il reddito e infine il patrimonio con il lotto, i gratta e vinci, le macchinette. Un tempo invece vi giravano dei personaggi di tutto rispetto, oggi dispersi come lacrime nella pioggia. Le muse mi assistano nel mio tentativo di celebrare questi eroi dimenticati anzitempo.

Mohammed. Il bar non aveva un nome, almeno nessuno ha mai visto un’insegna che non fosse Tabacchi. Il proprietario e barista era uomo d’infinita bontà e gentilezza. Durante la mia trasferta pavese lo rinominarono Mohammed, perché parte della clientela era ormai costituita dagli operai africani del quartiere. Gente tranquilla che prendeva un caffè la mattina e se ne andava a lavorare. Lui li odiava.

Lo Zio. Il primo ad arrivare al bar, la mattina sul presto, era un giocatore del lotto istantaneo. Non si è mai saputo il suo nome. Parlava di sé in terza persona, come Giulio Cesare nei Commentari. Zio vi saluta, a zio non lo fregano, dai un ghiacciolo a zio. Zio andava avanti a forza di ghiaccioli al limone e schedine del lotto. Per pranzo tornava a casa, poi riappariva per un nuovo ed entusiasmante pomeriggio di estrazioni e ghiaccioli. Però prima gettava dentro l’occhio: se gli avventori non gli stavano simpatici, andava al tabacchino più vicino e giocava lì, privato del citro-carburante criogenico.

Il Torcia. Il lotto attirava anche l’attenzione di un altro personaggio, il Torcia. Il Torcia era un ex eroinomane, attaccato alla bottiglia, affetto da un plateale caso di satiriasi, che molti complimenti gli procurava dalle ragazzine che lo incrociavano per strada. Il Torcia adorava guardare lo schermo del lotto e commentare le estrazioni: “Non è possibile! dovevo giocare, lo sapevo… 12, 8, 62: la data della partenza a militare di mio zio Anacleto!” E alla via così, per ogni terno, snervante. Un giorno sradicò la catenella dall’orripilante bagno del bar. Mohammed lo bandì con infamia, dopo averlo a lungo ingiuriato. Il Torcia andò a raggiungere in piazza il Pilastro, uno che al bar si vedeva poco.

Il Pilastro. Il Pilastro una volta cercò di vendere agli altri clienti un paio di pantaloni verde smeraldo che aveva rubato in un negozio. Li comprò poi un avvocato di passaggio. Dopo aver concluso l’affare pretese di erudirci con la sua vasta sapienza: “No, ascoltatemi, che imparate qualcosa. Tanto rubiamo tutti, è meglio saperle certe cose. Quando andate a rubare l’importante è che avete in tasca i soldi per pagare. Mettete che vi fermano prima che siete fuori, voi sparate che siete sotto psicofarmaci, che per questo vi siete confusi, ma che volevate comprare. Poi aprite il portafogli e quelli, che sono gente avida, prendono i soldi e vi lasciano andare.” E poi veloci in cerca di un ricettatore. Il Pilastro ricevette il suo nome perché a tutti gli stranieri che entravano attaccava il predicozzo: “Non è vero che siamo tutti uguali, io per esempio c’ho la mia religione, la mia cultura (sic), tu c’hai la tua…” Pilastro della civilizzazione occidentale. Un giorno lo abbiamo visto in piazza, insieme al Torcia. Gli spacciatori nigeriani gli avevano offerto un piatto di cous cous. Mangiava a quattro ganasce, zitto, muto, altro che religione e cultura.

Ken Shiro donna. Nei bar peso, nonostante si dica spesso il contrario, si materializzano a volte anche le donne. Da Mohammed veniva ogni tanto una quarantenne. Da ragazzina doveva essere stata molto bella, ma si era un po’ rovinata con ausili chimici di varia natura. Una volta si vantò di essere stata fra quelle che avevano scartavetrato un complesso rock durante il tour in Sardegna. Tre giorni dopo averci dato dentro con lei il batterista passò a miglior vita. Lei sapeva qualche mossa a letto che aveva effetto ritardato con orologeria, tipo i colpi di Ken Shiro. Nonostante il pericolo ogni volta che veniva non se ne andava via da sola. Nei bar peso gli amanti del rischio non mancano mai.

***

Bar Rafaeli è qui con noi per caso. Ho cercato con Google “bar peso” e una delle prime immagini ad apparire è la bella Rafaeli in costume da bagno: illustrazione di un post che trattava del peso di Bar Rafaeli. Vogliono metterla sulla bilancia, capite? è del tutto inaccettabile.

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19 pensieri su “Personaggi da bar peso

  1. Non ci sono più le osterie di una volta! Ormai trovi solo osterie fasulle per attirare i gonzi, ci sono i tavolini con le gambe che traballano, le sedie spaiate, il bancone di zinco, ma se ci stai attento ti accorgi che è tutto fasullo per gente che si è stancata dei bar ultramoderni con bancone d’acciaio inossidabile, sedie e tavolini da design e coktail vari, cercano il vino nelle scodelle (il clinto dalle mie parti) e lo pagano come barolo d’annata.

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