Fare la fila in un ufficio pubblico e imparare qualcosa

Ufficio pubblico con file e impiegati che non lavorano.

Ogni tanto è d’uopo che il cittadino italiano dimostri la sua sussistenza in vita. Per farlo non c’è modo migliore che recarsi in un ufficio pubblico e trascorrervi qualche ora in serena attesa di ricevere un documento sulla cui utilità i giuristi dibattono dai tempi di Giustiniano.

A me gli uffici pubblici piacciono un sacco. Lo dico subito, a scanso di equivoci: in quanto laureato di scienze politiche, sebbene poco incline al diritto e specializzato in politologia, l’ufficio pubblico rimane sempre fra le mie destinazioni possibili, in teoria. Poi uno pensa a cosa sono oggigiorno i concorsi, e che se si è esseri umani e in quanto tali incapaci di imparare a memoria l’elenco del telefono, forse è meglio gettare la spugna.

Ma lasciamo stare. Sono andato a fare la fila in un ufficio collocato in una struttura progettata per tutt’altra funzione. In questo paese è la norma: i professori universitari bivaccano in vecchi ospedali, i soldati corrono all’adunata nel chiostro di un convento. A un ufficio pubblico può capitare di occupare il padiglione dell’ormai chiuso manicomio – almeno in questo caso c’è una ratio. Fa piacere vedere quei palazzi, che la Legge Basaglia privò della loro originaria destinazione d’uso, recuperarla grazie all’unico elemento stabile dell’universo conosciuto, la burocrazia.

 

L’immondezzaio di carta

L’amministrazione italiana, come voi ben sapete, è una delle maggiori cause del disboscamento in Amazzonia. Ma le cose stanno migliorando. Lentamente, ma stanno migliorando. L’amministrazione si va informatizzando. Tanto per dire: ho visto in quell’ufficio addirittura un Commodore 64 e una stampante ad aghi. Ma c’è da dire che è forte l’opposizione dei calligrafi all’introduzione dei più recenti ritrovati della scienza e della tecnica. C’era persino il distributore automatico, come c’è dal salumiere, per assegnare il numero di fila!

Però non funzionava. Qualcuno mormorava che il complesso marchingegno meccanico era fuori uso a causa del sabotaggio del portinaio. Sinceramente ne dubito: il portinaio non sembrava gioire particolarmente dello stretto assedio del quale lo cingeva un’armata di studentesse fuori sede, immigrati, metechi della Ionia e suore cingalesi. In tutti i dialetti dell’ecumene gli chiedevano informazioni, indicazioni, consigli terapeutici; gli rivolgevano preghiere, orazioni, minacce, bestemmie – e volevano il numeretto.

Superato un nido di mitragliatrici delle cingalesi, ottengo anche io il mio numero: 76. Il portinaio mi augura buona fortuna. Guardo la fila davanti allo sportello e capisco che ne avrò veramente bisogno.

Mesto mi rassegno a buttare nel cesso un pomeriggio. Non basta, a rendermi meno cupo, nemmeno l’apparizione mariana con i riccioli che fa la fila allo stesso sportello, bella da far male agli occhi. Se ho capito bene la fanciulla è avvocato penalista (e non fate battutacce…) al Foro di Cagliari. Da giorni vado pianificando di compiere un qualche reato minore (tipo omicidio di immobiliarista, da 2 a 5 anni, ma 5 solo se l’immobiliarista lo avete squartato con la stilografica), così da avere una minima possibilità di rivederla. Lo so, è un amore impossibile. Una che fa l’avvocato ha occhi solo per altri avvocati, e questo fin da quando è iscritta a Giurisprudenza e ancora fatica sull’esame di Diritto Costituzionale.

Chiusa questa parentesi sulle mie paturnie sentimentali, passo a descrivere i tre casi istruttivi di cui sono stato testimone, donandovi gratis et amore il frutto dell’esperientia mia.

 

I tre casi

1. In fila per un altro sportello c’era una famiglia di un paese che non sono stato in grado di identificare, per ignoranza mia delle lingue. Facciamo finta che siano Albanesi, compatrioti di Enver Hoxha, l’uomo buono che mi difende dai troll. Sono due uomini – l’aria da vittime sacrificali – una ragazza molto compita e un bambino. Tutti composti e silenziosi. Escluso il bambino, il quale, in questo indistinguibile da un bambino italiano, non faceva altro che frignare in maniera indecorosa per un essere senziente. È proprio vero che i giovani si integrano più in fretta.

2. Un tipo mi si è avvicinato e mi ha detto: “Salve, scusa, mi fai vedere il tuo numero?” Stavo per esibirmi nella mia famosa imitazione della testuggine innamorata. Per fortuna il tipo mi ha mostrato il suo ticket, disinnescando un equivoco potenziale e spiacevole. Io avevo 76, lui 77. Se ne torna sconsolato a sedersi. Dopo dieci minuti si riavvicina e di nuovo “Salve, scusa, mi fai vedere il tuo numero?” Questa volta capisco al volo – mica ho un dottorato di ricerca per niente – e gli mostro il 76, che viene prima del 77. Io ho ancora il 76 e lui ancora il 77, mi spiace. Torna a sedersi. Probabilmente s’aspettava che il mio 76 si trasformasse in 78 per decadimento radioattivo. Fare la coda non è nelle corde nazionali e si sa. Ma anche con la matematica abbiamo quanto meno qualche problema di convivenza.

3. Arriva il mio turno. L’impiegata ha fa faccia di chi non dorme da cinque giorni e viene obbligato a guardare Un posto al sole. Le espongo il mio caso. Mi guarda con infinito amore: “Finalmente qualcosa di semplice” mi dice. In cinque minuti il problema è risolto e io me ne vado sventolando – palma della vittoria – l’ennesimo straccio di carta per la mia collezione di cittadino italiano. Ho capito così che negli uffici pubblici è come alle Poste. Io alle Poste vado sempre per fare cose semplicissime, come pagare la bolletta dell’ENEL o spedire una raccomandata, tempo stimato per l’operazione 2 minuti e 35 secondi netti. Mentre in fila prima di me c’è sempre della gente che per 40 minuti metterà a dura prova la stabilità mentale dello sportellista con un’operazione ai limiti delle possibilità umane, resa di consueto ancor più ardua dall’alluvione di domande che il cliente non può trattenersi dal fare:

“Il libretto postale è valido alle Cayman? Posso versare sesterzi romani di età tardo repubblicana? Per prenotare il rapimento di mia suocera devo fare un’altra fila? Potrebbe darmi il lasciapassare A38? È più forte la tigre o il leone?”

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11 pensieri su “Fare la fila in un ufficio pubblico e imparare qualcosa

  1. Alle Poste (cui andavo spesso) ultimamente si sono molto velocizzati. In cambio la burocrazia all’università è peggio che mai – anche se voglio spezzare una lancia in favore degli impiegati – spesso sono gli studenti a fare casino – in primis l’orrenda e immorale abitudine di prendere più biglietti possibili dal distributore “per gli amici che aspettano fuori e arrivano più tardi”. Sigh.

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  2. devo esprimere pubblicamente il mio plauso ad alessandro madeddu: è uno dei pochissimi della sua generazione capaci di unire una scrittura di registro alto con una gran freschezza di resa. chapeau, mad (ah, mi è piaciuto pure il merito, del post).

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