La traduzione di latino e altre cose scolastiche

Testo latino in scrittura corsiva.

Un consiglio per i giovani che mi seguono da casa: ragazzi, studiate il meno possibile; se possibile, non studiate affatto.

Qualche giorno fa leggevo con diletto e profitto il blog Macaronea, di Marta, insegnante di eloquenza italiana e latina nelle scuole secondarie. Leggete il suo blog, datemi retta.

Ghignando gaudioso di fronte alle castronerie degli studenti d’oggigiorno (che poi sono i nostri fratelli piccoli, cuginette, nipotame vario), ho ripensato a quando ero dall’altra parte della barricata, nell’armata di coloro che scrivono castronerie sul foglio della verifica in classe, o le dicono durante indegne interrogazioni alla lavagna.

Ne approfitto per buttare giù qualcosa sull’istruzione, per lo meno sull’istruzione ricevuta da noi altri che abbiamo superato i trent’anni da qualche tempo. Oggidì non so come vada. Dovrei chiedere alla mia nipotina.

Non voglio girarci intorno: quando si parla d’istruzione, inevitabilmente, si finisce per togliersi i sassolini dalla scarpa. E con i sassolini che l’istruzione ha messo nelle nostre scarpe si può costruire una riproduzione della piramide di Cheope. A grandezza naturale.

“Eh, li rimpiangerete questi anni…” ci diceva sempre l’adulto (che per definizione crede di saperne a palate): e lo faceva con l’aria di chi, per definizione, crede di saperne a palate. Eppure non ho mai conosciuto nessuno che ricordi con gioia, o per lo meno senza angoscia, la scuola dell’obbligo. Se l’Università si può amare, è perché la si sceglie. La scuola dell’obbligo è una leva di massa della durata approssimativa di 13 anni, salvo incidenti di percorso o deferimenti alla corte marziale dei rinviati a settembre. Una prece per coloro che sono caduti sul campo dell’onore.

Si parte: studiare in Italia ai tempi nostri di noi

1. L’istruzione, con buona pace dello Stagirita, non rende migliori. Spesso nemmeno istruiti. Beccati questa, Aristotele.

2. La scuola dell’obbligo è (va bene, è stata: di quella di oggi non posso parlare) una delle maggiori palestre d’ipocrisia e servilismo della nazione. Batte pure l’istituzione familiare che, come ben sanno coloro che hanno studiato storia antica, ha non poco in comune con l’altra istituzione fondamentale dell’umanità, la schiavitù.

Ma andiamo avanti. Basti, a dimostrazione dell’ipotesi iniziale, l’esempio del tema. Ah, il giorno del tema! Quel giorno in cui, con cadenza bimestrale, si veniva chiamati a redigere un testo su un argomento del quale non c’importava nulla o non sapevamo nulla. Oppure non ne sapeva nulla chi lo doveva valutare. Ma detto così appare ancora facile. Non solo dovevamo scrivere di qualcosa di cui oggettivamente c’importava sega, come avrebbe detto Hegel se fosse stato al posto nostro, ma dovevamo pure desumere, da mille accenni sparsi durante le lezioni, l’opinione che l’insegnante poteva avere su quegli argomenti dei quali non sapevamo e non sapeva alcunché: sempre più difficile! Ché se c’era una tecnica infallibile per non prendere la sufficienza, questa era argomentare in maniera valida un’opinione diametralmente opposta a quella dell’autorità costituita. E in Italia chi comanda non solo comanda, ma ha anche ragione, sempre. Tiranneggia gli impiegati in un ufficio dell’INPS? pontifica di medicina e fisica quantistica. Governa l’autobus sul quale salite? ha diritto a darvi lezioni di teologia e scienza delle finanze.

Non tutti hanno avuto la fortuna di incontrare insegnanti d’Italiano saggi abbastanza da valutare i temi per la correttezza della sintassi e la chiarezza dell’argomentazione. Se avete avuto uno di questi insegnanti così saggi, pensate sempre, quando vi capita di ricordarlo, che era in suo potere rifilarvi 4, se gli era arrivata una bolletta troppo salata, se aveva litigato con la moglie o la mamma, o se solo si era visto recapitare un avviso di garanzia. Perché quella era la norma a scuola, perché questa è la norma in tutti gli ambiti lavorativi di questo paese.

3. La scuola incentiva la logorrea e la logorrea, ormai lo sanno anche i sassi, è cagione di allarme sociale. Questo è forse l’aspetto più deleterio dell’istruzione di quei tempi. La nostra era la scuola della logorrea parlata e scritta. Gli argomenti delle domande erano o vette di pedante nozionismo, o più spesso abissi di spaventosa ampiezza: in quest’ultimo caso si era caldamente invitati a “dire tutto quello che si sapeva”. I logorroici vincevano a mani basse. Lo stesso valeva di solito per le verifiche scritte. Negli ultimi anni il Ministero, probabilmente preoccupato dal fatto che gli studenti arrivavano all’Università senza sapere cosa fossero un riassunto o una risposta precisa, decise che la scuola doveva ristrutturarsi all’insegna della sintesi.

Campa cavallo: come si può pretendere che un’intera vita consacrata a compiti che debordano da tutti i margini, a interrogazioni fluviali e lezioni al valium, si riconverta di colpo all’anglosassone abitudine di chiedere risposte secche, puntuali e pertinenti? Nacque il compito con domande a risposta aperta; la risposta, specificava il testo, doveva essere sintetica. Perfetto, direte voi, se non vi ricordate come andava la faccenda. In caso, ve lo ricordo io.

La domanda chiedeva di spiegare il concetto X. Voi rispondevate spiegando il concetto X. Prendevate 6. Il logorroico della bancata centrale prendeva 7 e 1/2 perché esponeva anche i concetti Y, Z e W, che non erano richiesti e non erano necessari alla comprensione del concetto X. Se si chiedevano spiegazioni ci si sentiva dire dall’insegnante che il logorroico aveva preso un voto più alto perché aveva scritto di più. Questa, in Italia, si chiamava sintesi.

Ottaviano, Varo e la questione delle legioni

Alla fin fine però c’è sempre qualcosa che si ricorda con tenerezza. Anche se ci si era ritrovati 4 sul foglio della verifica. Parlo della correzione della prima versione di latino dell’anno. Un anno a caso, tanto la prima versione usciva sempre una boiata pazzesca, complici i tre immeritati mesi di vacanza estiva.

Me ne ricordo una sola, purtroppo vagamente. Autore… Gioviano Terzarrivato Aquilonare, chi si ricorda. Parlava di Ottaviano Augusto, che saluto caramente. Ottaviano ero un tipo così, figlio d’un bottegaio arricchito. Stava simpatico a Cesare. Alla morte del vecchio generale ne ereditò il carisma, le clientele e il conto in banca. Nessuno scommetteva un soldo bucato su quel ragazzetto malaticcio, con i capelli biondo cenere e la vocina petulante. Un battito di ciglia per l’universo e Ottaviano poteva chiudere le porte del tempio di Giano: era il padrone incontrastato dell’ecumene.

Comunque c’era un passo, in questo brano, che parlava della sconfitta di Teutoburgo. Tre legioni e battaglioni ausiliari spazzati via, 15.000 uomini all’altro mondo. Ottaviano ne fu comprensibilmente scosso. Dava craniate agli stipiti delle porte, scrive Gioviano Terzarrivato Aquilonare, o chi per lui. A forza di craniate Ottaviano cominciava a dare di matto e parlava da solo, porello; a ogni craniata seguiva l’imperiale geremiade:

Quintili Vare, mihi redde legiones meas!

Su quella frase, solo apparentemente non problematica, si concentrò un florilegio di traduzioni azzardate. Si andava dal semplice “Varo, tornami le legioni!”, emblema di imperversante italiano regionale, a tentativi più articolati e complessi, che tiravano in ballo famiglie, Ben-Hur, calendari lunari, cefalopodi.

Non ricordo come, ma a me andò abbastanza bene. Forse sul mio vocabolario c’era la frase per intero. O forse avevo fatto i compiti e sapevo che il proconsole Varo era registrato all’anagrafe come Quintilio. Altri non furono così fortunati. La traduzione più fantasiosa era di questo tenore:

Varo, il cinque di luglio, rendimi le mie legioni!

Si vede che il cinque di luglio scadeva la rata del mutuo.

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49 pensieri su “La traduzione di latino e altre cose scolastiche

  1. Hai scoperchiato la fossa biologica dei miei ricordi, posso solo dire che hai descritto le mie scuole superiori meglio di come avrei potuto fare io stesso: forse i traumi dell’istruzione sono il vero collante della società…
    Come dicono (dicevano?) i gggiovani, ti quoto su tutto, specialmente sulla diarrea verbale come virtù morale nei temi: ancora mi brucia il 4– nel tema di italiano perché troppo corto, perché l’introduzione non faceva svenire dalla noia a causa della sua lunghezza, per le citazioni “non pertinenti” (scemo io a citare Asimov in un tema sull’intelligenza artificiale).
    Si dice che il tempo addolcisca i ricordi più aspri e dolorosi, ma la verità è che li ricopre di polvere al punto che non li si distingue più tanto bene.

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  2. Eccomi qua. Io avevo un’insegnate di italiano che non ho mai capito se era brava o no. Di sicuro rientra in quella rarità che valutava obiettivamente i temi. E l’ho scoperto grazie a questo articolo. Ti spiego.
    Io ero uno che studiava poco ma andava bene a scuola. Avevo una buona media superiore al 7 e prossima al 8. Ciò che non mi rendeva il migliore in classe era proprio il fastidio che davo ai professori e loro ripetevano come un mantra a mio padre (sì, andava mio padre ai colloqui, ché se c’era da menare non perdeva tempo a tornare a casa): “Va molto bene, ma se solo studiasse un’ora a casa, sarebbe il migliore”. E poi, stritolata tra i denti, la frase “Ci prende per culo e non riusciamo a dargli 4”.
    Ecco, in tutto questo, sommato al mio modo di pormi nei confronti di professori e compagni (ero un po’ il buffone della classe, il ripetente mai bocciato), la mia professoressa di italiano mi aspettava al varco dei temi. Mentre non poteva negare l’evidenza del fatto che io conoscessi la letteratura in maniera più che sufficiente (non da secchione, ma non mancavo una domanda fornendo sempre laconiche risposte), cercava di beccarmi sui temi. Più di una volta è capitato che portasse i temi corretti tranne uno, per cui doveva ancora decidere: era il mio. Cercava di tenermi sulle spine. Ma poi me lo dava, e non ho mai preso un voto inferiore al sette, scritto bello grande, ma con una cosa che i temi degli altri non avevano. Ossia lo spiegone. Non capisco perché i miei compagni avessero il voto e basta, al massimo i voti bassi con una frase d’incoraggiamento, mentre io avevo LO SPIEGONE. Pur con qualche variante il mio tema era sempre, bene o male, “Corretto nell’esposizione e nella costruzione grammaticale. Un po’ polemico nei confronti delle autorità. Dovresti rendere meglio alcuni concetti che lasci volontariamente in sospeso” e cose così. Ogni volta mi aspettavo cose come “La prossima volta che c’è tema datti malato per cortesia”. Il mio rapporto con lei peggiorò ulteriormente quando scoprì che la “letteratura” che faceva il giro della classe, la mia, non aveva appunti presi bene, per cui si desumeva che io andassi bene agli orali, ma appunti satirici sui testi che studiavamo, sulle biografie degli autori, sulle rappresentazioni grafiche degli stessi autori e personaggi storici. Da quella volta venne consigliato a mio padre di portarmi da un neurologo e a me di stare buono. Ogni volta alla fine della lezione, la prof mi chiedeva la “letteratura” e la controllava, mentre io la guardavo e i miei compagni sghignazzavano in sottofondo.
    Restò incinta, non per merito mio, e in quinta arrivò la supplente che, al contrario di lei, mi amava. E io amavo lei. Ma era un sentimento diverso.
    Fine del romanzo.

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    • Lucone, che dirti… io sono commosso. Sicuramente anche gli altri lettori lo saranno.

      Lanciamo questa originale iniziativa: scriviamo tutti quanti dei post sulla scuola dell’obbligo, vediamo che esce fuori. Poi, una volta esaurito il filo scolastico, passiamo a quello accademico!

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      • Quello accademico? La mia esperienza è stata breve: parto con il primo esame scegliendo il più difficile del primo anno. Rifiuto per quattro volte (quattro volte) il 21, convinto di meritare di più. Alla quinta volta accetto il 20. Poi più niente, solo il servizio militare come AUC e poi da sottotenente del corpo automobilistico, periodo in cui ho comprato la macchina e nel giro di otto mesi l’ho distrutta due volte. Il carrozziere del paese mi amava. La seconda volta, per non fargli un torto, sono andato a sbattere proprio nel guardrail di fronte alla sua officina. Ufficiale del corpo automobilistico, capisci l’assurdità? Davo le patenti io. 😀

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  3. Io scrivevo temi brevissimi.

    Ho pure preso dei 4 (la prima volta piansi disperata sulle scale secondarie del mio liceo, non avendo il coraggio di tornare a casa e affrontare mia madre che aveva l’abitudine di risolvere queste faccende con colpi di battipanni di vimini, che fa un male cane mi creda… di solito mi chiudevo in bagno, dove tenevo nascosti dei libri, mentre mia madre urlava fuori dalla porta “prima o poi da lì devi uscire!” Ringrazio Dio di non essere più figlia da quel dì :P).

    Mi piacerebbe dire che erano 4 immeritati, dovuti alla mia sfida verso l’autorità, ma onestamente non saprei: li prendevo su quei temi su argomenti del tipo “chi penso di essere”, “perché ho scelto il liceo classico”, “i miei interessi”, cioè quei classici temi conoscitivi che si danno ad inizio anno (ho cambatio 3 prof di lettere + la pazza del ginnasio) e dove, evidentemente, davo il peggio di me. Preferivo i temi di letteratura…. del tipo cazzo vuoi sapere? lo so e te lo dico, contenta? Lì pigliavo 8 e me ne stavo in santa pace.
    il problema è che se ti chiedono “i tuoi interessi” non hai la minima idea di cosa l’altro voglia sentirsi dire – e poi perché avrei dovuto lasciare una prova scritta su come avrei passato volentieri i miei pomeriggi, potendo? eh?

    Mio figlio alle elementari ha scritto nel tema “il lampo fisiognomico di Paul Klee” (non mi chieda)
    “… si possono dire tante cose e in classe le abbiamo pure dette, ma quella più vera è che a Paul Klee piaceva far parlare la gente di sé, perché se non gli fosse piaciuto disegnava in un altro modo, per esempio come i fumetti che legge mia mamma”

    Sono stata chiamata a colloquio e ho dovuto fare la faccia seria mentre quel delinquente prendeva sufficiente in condotta.

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  4. Ovviamente solo nel primo quadrimestre della quinta elementare… altrimenti l’avrebbero bocciato.
    Mi prese tutto il trip della Madre Fallita, dopo, una cosa molto avvilente. Mio marito si era talmente preoccupato che si era offerto di portarmi a vedere un negozio di vestiti che sa che mi piace… dissi di no – ero proprio avvilita. Quando leggo di come i suoi lettori parlano tranquillamente dei colloqui tra i loro prof ed i loro genitori trasecolo… capitasse a me un colloquio così credo che trincherei prozac a canna…

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