Mason & Dixon, di Thomas Pynchon

Copertina di "Mason & Dixon" BUR.

Grazie a mio fratello, che mi ha regalato questo bel tomo, ho ripreso in mano un libro di Thomas Pynchon dopo tanti anni. Mi sa che l’ultima volta – si trattava forse di V – ero ancora all’università, come studente.

Fatica edita nel 1997, Mason & Dixon è un voluminoso romanzo di Pynchon, autore statunitense di culto, noto ai più per le saltuarie apparizioni nelle puntate dei Simpson, dove la sua proverbiale ritrosia lo spinge a nascondere il volto dietro una busta per il pane.

Questa volta Pynchon abbandona le sue usuali ambientazioni novecentesche e si cimenta col secolo dei Lumi, traghettandoci e sballottandoci per il secolo decimottavo al seguito di coloro che fecero un’impresa ormai dimenticata.

Nell’Inghilterra augustea, patria di filande, giubbe rosse e birrifici, l’astronomo Charles Mason e il geometra Jeremiah Dixon ricevono un importante incarico di lavoro. La Royal Society offre loro un lauto stipendio per recarsi all’estero e rilevare i parametri di un fenomeno celeste che si concede agli uomini al massimo due volte per generazione: il transito di Venere di fronte al Sole. L’incarico li porterà letteralmente dall’altra parte della Terra, a Città del Capo, in Sudafrica, prima tappa dei lunghi anni di collaborazione e viaggi oltre l’oceano.

Viaggio che, per non smentire le leggi di Murphy, inizia nel peggiore dei modi. I due scienziati s’imbarcano su una nave della Royal Navy insieme al reverendo Cherrycoke (a tratti narratore delle vicende, con le quali intratterrà, durante il Natale del 1786, i parenti, e in particolari i nipoti: Pitt, Plinio e la bella Tenebræ). La nave viene intercettata da un vascello francese della flotta di Brest. Mason e Dixon fanno esperienza della guerra. Dopo il successo della spedizione africana, i due ricevono l’incarico che li renderà famosi.

Sembra assurdo, ma il loro compito è  tracciare una linea, una linea continua, coincidente con il 40° parallelo, per definire una volta per tutte il confine fra la Pennsylvanya e il Maryland, chiudendo una disputa che dura ormai da troppo tempo. Lavoro che li occuperà dal 1763 al 1767.

Con vario e variabile seguito di carpentieri, cuochi, falegnami, contabili, lattaie, prostitute, Mason e Dixon percorrono le colonie americane in fermento – la Rivoluzione si avvicina, trascinata da sentimenti anti-monarchici e sommosse contro il fisco – collezionando successi e disavventure, incontrando personaggi storici e situazioni comicamente reali. Sullo sfondo un paese che nasce, il capitalismo che cresce, la scienza che avanza e allontana le antiche incertezze, presto sostituite dalle nuove. La linea dei due studiosi incarna quel secolo di razionalismo trionfante: sulla carta è un semplice tratto di penna, nella realtà sarà un colpo di bisturi che – con la brutalità dell’arbitrio che è proprio della ragione e della politica – separerà gli uomini e le cose. Ma questo Mason e Dixon non possono saperlo, né capirlo.

Un romanzone sul Settecento, insomma – un secolo di precisione meccanica e filosofica, di serpeggianti residui della superstizione che dominava prima che Isacco Newton disperdesse le tenebre, di violenza coloniale ed eleganza salottiera – ma anche la storia dell’amicizia fra due uomini che di primo acchito non hanno nulla in comune. Tanto Jerry Dixon è gioviale di carattere, caciarone e dalla battuta pronta, tanto Charlie Mason, vedovo con una difficile situazione familiare, è musone e burbero. Non sempre la loro convivenza professionale procede senza intoppi, ma, nonostante due caratteri opposti e una certa differenza d’età, Mason e Dixon diventeranno amici inseparabili: a unirli il bere smodatamente e l’orgoglio di essere due uomini di scienza, portabandiera della civiltà della ragione.

***

Mason & Dixon, di Thomas Pynchon / Titolo originale: Mason & Dixon / BUR Rizzoli, 1999.

La traduzione italiana è di Massimo Bocchiola, che con un lavoro micidiale ci rende la prosa settecentesca, fiorita e misurata, di questo romanzo filosofico e picaresco insieme.

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