Il rasoio a zappetta e quello a rastrello

Un rasoio Fatip insieme al mio attuale kit di rasatura: pennello, crema, sapone e dopobarba in lozione.

Negli ultimi tempi un buon numero di visitatori è arrivato su questo mio blog derelitto chiedendo a Google informazioni varie riguardanti i rasoi di sicurezza. Si vede che Google apprezza il post in cui parlo della mia attrezzatura da rasatura, anche se si ostina con protervia a rifiutarsi di indicizzare frottole. Ma è passato solo un anno, o giù di lì, cosa pretendo?

L’ultimo visitatore, giusto ieri, ha chiesto a Google “immagini di rasoi a zappetta”. Così infatti sono spesso chiamati i rasoi di sicurezza con la barra, zappette. Mi ha fatto venire in mente che esistono anche quelli a rastrello, come potete vedere nella diapositiva qui di fianco. Come sempre il mio kit da rasatura, ma al posto del mio Gillette Superspeed c’è un Fatip.

Fatip e la famiglia dei rastrelli

Un po’ di storia. Quando il baffuto King Gillette inventò il rasoio di sicurezza del tipo double-edge, lo inventò proprio così, con la base della testina a guisa di rastrello, non di zappa. Così erano anche i rasoi di sicurezza single-edge che giravano all’epoca, come i GEM britannici (ne vidi uno dall’antiquario anni fa: stupendo).

Il rastrello serve a incanalare i peli della barba, rendendone più facile la mietitura, e a impedire che i peli tagliati intasino la testina, fenomeno che impone all’utente il fastidio di dover aprire il rasoio con le mani bagnate e scivolose di sapone. In questa maniera il rasoio rade agevolmente la barba di una settimana, poiché era uso, all’inizio del secolo, radersi con quella frequenza. Solo la gente con soldi poteva permettersi il barbiere tutti i giorni, o l’acquisto di un rasoio a mano libera.

Io possiedo un Fatip, ma abitualmente non lo uso, preferendogli il vecchio Gillette di cui parlo nell’altro post. Comunque, se volete sapere come è radersi con il rastrello…

Fatip, al vertice della catena alimentare

Una volta, con un nostro amico, ci trovavamo presso un negozio di forniture per parrucchieri. Per la precisione era il negozio in cui lavora una commessa con i capelli mossi che molto ci piace. Il nostro amico era lì per farsi mostrare i rasoi di sicurezza ancora sul mercato. Di questo Fatip decantava accoratamente le lodi.

“Guardate qui che meraviglia…” E in effetti non si può negare che il Fatip sia un rasoio che fa la sua porca figura dal punto di vista estetico.

“Curato in ogni dettaglio, grip eccellente…” Anche su questo il nostro amico aveva ed ha innegabilmente ragione. Guardate la foto.

“Tutto fabbricato in ottone cromato…” come un rubinetto.

“Sessantacinque grammi di solido metallo autarchico.” E qui si chiuse la réclame a favore di un’azienda che ormai non esiste più. Uscimmo a riveder le stelle e lasciammo il nostro amico al suo autarchico acquisto.

Radersi con il rastrello

Rasoio Fatip con lama ben visibile.Abbiamo poi incontrato il nostro amico alcuni giorni dopo. Non abbiamo avuto bisogno di chiedergli come si fosse trovato con il nuovo ferro. Aveva una faccia che pareva una pizza margherita.

“Un rasoiaccio indegno, la classica cinesata di produzione italiana, altro che crisi, concorrenza e katzi & matzi, il problema è che fabbrichiamo robaccia immonda e la vendiamo a prezzi assurdi…”

Vabbe’. E l’uva era acerba. Il Fatip è il culmine dell’evoluzione dei rastrelli. Se guardate la foto, capite subito perché è così aggressivo: la lama è esposta come le zanne della tigre dai denti a sciabola. Insomma, è uno strumento alquanto punitivo.

Solo un jedi esperto dovrebbe radersi facendo pelo e contropelo con una simile spada laser, se possibile un jedi al quale la natura abbia concesso magnanima una faccia placcata con nitruro di titanio.

Non tutti i rastrelli sono aggressivi, ma il Fatip sì.

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68 pensieri su “Il rasoio a zappetta e quello a rastrello

  1. I blog sono per pochi intimi – il mezzo è morto mi dicono tutti, solo pochi si ostinano a fare monologhi. La nuova definizio di antisociale sarà “non ha l’account fb”.
    A parte ciò, siccome il rasoio non lo uso (non sia mia!), faccio una domanda su un altro argomento: cosa fa un editor?

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  2. Lei che sa tutto (ha studiato Cose Della Vita, Della Storia, Della Legge e Dell’Economia): avrei un quesito per una persona colta che vive in biblioteca.

    Una fanfictionara mi ha testè sconvolto – trattasi di fanfictionara del genere colto, di quelle con note colte, che sanno tutto di Storia, Legge, Politica, Economia e Moda del 1700 (ha letto Zweig, insomma, e visto il film della Coppola, quello tutto sesso, macarons e minuetto ).
    Dice che nella società pre-agricola le relazioni di coppia non erano a due, ma polyamori.

    Può essere benissimo, ma in mancanza di testimonianze scritte, o di un qualche disegnino esplicativo, o albero genealogico con struttura da mappa neuronale… come saperlo per certo?

    Risposta: “è cosa nota,è Antropologia basata su evidenze di società che non vivono secondo il dogma dell’esclusività di coppia neanche oggi, ma per le quali è inconcepibile la promiscuità sessuale senza legami emotivi della nostra”

    è cosa così nota? Il mondo pre-agricolo era un allegro ed amichevole sodoma e gomorra? A parte che avranno avuto una aspettativa di vita così breve che forse non avevano tempo di interrogarsi sul rapporto di coppia…

    Poi se mi risponde che non sa nulla di Antropologia… non si lamenti di tutti i laureati in legge ed in economia che sfrucugliano…

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    • Se per società pre-agricola s’intende la società pre-moderna, una cosa è certa: avevano tutte delle cose in comune. Ma che tutte le società pre-moderne si somigliassero, be’, questo è quantomeno discutibile. Insomma, questa tipa ne sa qualcosa della Francia del Settecento? Così, a occhio e croce, sta soltanto sparando a caso 😀

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  3. hmmm non vorrei che con pre-agricola intendesse nomadi che vivevano di caccia e raccolta
    Mancando una “storia”, in tal caso, si può immaginare di tutto… proverò a chiedere delucidazioni. E’ un po’ aggressiva e mi intimidisce, lo confesso P

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  4. So che fa sorridere, ma la storia di Lady Oscar è affascinante: la Ikeda è giapponese, del 1947, e ha studiato da soprano – appassionata d’opera. Decide di scrivere un manga raccontando la storia di Maria Antonietta e si documenta con il famoso libro di Zweig (famoso per le oscariane in quanto “bibbia di riferimento”, se famoso in modo oggettivo non saprei!). L’idea era di avere come protagonista M.A. nata nel 1755, Fersen, del 1755 anche lui, ed un personaggio narrante, che facesse da “collante” per la storia di questi due, e che fa nascere per forza di cose in quello stesso anno.
    Il manga però è del 1972… Si inventa questa ragazzina cresciuta come un uomo e convinta di esserlo – molto poco credibile. Di fatto le ragazzine giapponesi degli anni ’70 adorano Oscar in quanto modello femminile “liberato” e di M.A. se ne fregano: la Ikeda è costretta da logiche di marketing a cambiare il “taglio della storia”… mette elementi da opera (la tisi di lei, la cecità di lui), è costretta a furor di popolo a far amare quei due (lei voleva che Oscar, invece, si mettesse con Bernard, il giornalista, e che se ne fuggissero insieme in Svizzera, tipo Addio Alle Armi). Io ho leto il manga a spizzichi e a bocconi su web ed è strano: i personaggi sono eccessivi, a volte sembrano sotto anfetamine… però è bellino.

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  5. Poi arriva l’anime… e lì capisci che hanno cercato di dare un taglio più “organico”, una sorta di continuità nei personaggi per cui André da siparietto comico, pur mantenendo una specie di crescita, ha una sua dignità e un amore inespresso che si vede fin dall’inizio… Fersen fa l’ingresso in scena che farebbe in una storia “rosa” l’amore designato – eroico, elegante, generoso, nobile e figo.
    Nel manga e nell’anime l’aspetto dei personaggi cambia – viso tondo nell’adolescenza, che si affila crescendo per lei, corpo che diventa massiccio per lui (e scollature di lui sempre più ombelicali) – bei fondali (cercano di riprodurre Versailles) – tolgono episodi “esagerati” e mediano i personaggi – funziona poco la parte della dichiarazione d’amore, ma l’anime è sceneggiato da un uomo e ci sta (nel manga lei si dichiara a lui dopo che lui le salva la vita dal padre che la vuole far fuori per ragioni d’onore… in un certo senso esplode: la vita è breve, poteva essere morta… nell’anime sembra lì’ultima sigaretta di un condannato a morte)
    E’ una specie di riorganizzazione degiapponesizzante di una interpretazione giapponese tradizionale di un pezzo di storia europea,modificata per renderla appetibile ad un pubblico di ragazzine desideroso di un modello di donna “libero”… fa ridere, ma il personaggio è come sfuggito di mno all’ikeda e vive di vita propria-

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  6. Le fanfiction sono divertenti perché la storia non è anna karenina : ha tanti buchi di narrazione e non c’è descrizione del pensiero del personaggio – diretta o indiretta… – o elucubrazione del narratore… in un film avresti “l’amica del cuore” di lei, usata come espediente per farle narrare i sui sentimenti /pensieri,ma qui il cast è scarno…per cui non sai mai cosa pensi davvero lei, puoi solo interpretare i gesti di un personaggio molto “freddo e controllato”… il risultato è che hai storie demenziali che cercano di dare uno spessore – e quindi hai la “ricerca storica” sul mondo del personaggio, che vive nel XVIII secolo, ma non è libertino, sembra piuttosto molto “borghese”, portatrice di una idea di famiglia “moderna”, nell’anime nn italiano lei viene chiamata mnsieur non “madamigella”: tutti fingono sia un uomo per cui ci sono storie che immaginano infanzie fredde, inganni di tutti verso di lei , difficoltà di lei ad accettarsi come donna, etc etc soprattutto moltissime quasi tutte cercano di correggere la narrazione, dando un finale diverso – è divertente.

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      • Eh si… soprattutto se uno tiene conto dell età anagrafica media della fanfictionara… per forza di cose è over 30, quindi le storie, pur essendo delle gran cazzate, hanno comunque riflessioni / elementi sia escapisti, sia, però, da “adulte”, non da ragazzine (le fanfiction delle bimbe sono davvero deliranti, non c’è limite!) – di solito se poi ci si conosce si fanno delel gran risate (anche perché l’effetto feuilleton, con drammi su drammi è sempre in agguato dietro l’angolo!)

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  7. dato il cast molto scarno c’è però questa idea serpeggiante di due squilibrati – sotto sotto.
    Sembra cioè che lei conosca solo André, poi va a lavorare a Versailles e non diventa “amica” di nessuno , salvo attaccarsi come una cozza a Maria Antonietta, Fersen e Rosalie… André sembra non conoscere nessuno se non lei, una specie di schiavo coreano a disposizione 24 ore al giorno 365 giorni l’anno… fa veramente effetto: le porta la colazione a letto, poi la accompagna al lavoro, lavora con lei, poi la riaccompagna a casa, la serve, le striglia il cavallo, la fa allenare con spada e pistole, e poi escono insieme a bere… ne I tre moschettieri, ogni protagonista ha un servo con caratteristiche adatte al propri padrone, e ognuno di questi servi interviene nella storia e “risolve” dei problemi. Però questi servi da un lato sanno cose del loro padrone che gli amici del padrone non sanno, dall’altro hanno vite proprie: non è che Athos si porta sempre appresso Grimaud, per dire.. La Ikeda non lo ha fatto per scelta, p chiaro… disegnava u manga e non poteva metterci 1000 prsonaggi, però a leggerlo come una storia vera sembrano due poveri pazzi, che hanno avuto rapporti solo tra di loro e sono incapaci di stringere legami con altra gente…

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  8. Un po’ come Sherlock Holmes… dove tu ti chiedi… ma se non avesse Watson, che sarebbe di lui? che legami emotivi ha? Da cui le storie ispirte a, che a vole lo vgedno cocainomne fuori controllo (vedi soluzione sette per cento di meyer).

    Vabbè, ho finito e chiudo qui! GIuro!!!!

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  9. Beh… mai letto Soluzione Sette Per Cento? E’ un classico… di Nicholas Meyer – Holmes e Watson incontrano Freud a Vienna… Freud all’inizio della sua carriera si occupava di recupero cocainomani, in effetti.
    Nel libro Holmes è in uno stato delirante, pensa che Moriarty sia il Napoleone del Crimine (in realtà era il suo precettori di matematica, ma non è uno spoiler di peso) – fuori di testa completo, e Watson si preoccupa, per cui organizza il viaggio a Vienna per incontrare Freud e farlo curare (come portarlo a San Patrignano negli anni ’70 /’80). Giocano anche a tennis su un campo di legno: una specie di pastiche/ricostruzione storica.

    Freud usa i metodi di Holmes per “psicanalizzare” i suoi primi pazienti e poi chiede a Holmes di lasciarsi sottoporre ad una seduta ipnotica.

    Ne fecero anche un film, del 1976, con Robert Duvall che faceva Watson, Alan Arkin = Freud, Lawrence Olivier = Moriarty… pure Vanessa Redgrave! Solo HOlmes è interpretato da un cazzone qualunque!
    Nella colonna sonora c’era I never do anything twice – è bello, ma bello sul serio, molto “austroungarico”…almeno per una come me che guarda i film e non legge i libri di storia!

    Se davvero non lo conosce, se lo trova, lo assaggi 🙂

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      • Ma sia contento di avere commentatori che condividono qualcosa con lei… ah già, ma lei preferiva uan schiera di fashion blogger che discutevano se il rossetto è meglio opaco o lucido… – opaco lo preferisco, le dirò.

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      • Per non parlare delle sue fantasie di donne strafiche (e disponibili) che vanno in spiaggia in costume bianco e rivolgono la parola ad uno che passa il tempo in biblioteca! In biblioteca! Al massimo ad uno che va in biblioteca rivolgono la parola per avere la password del wi-fi!

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          • Mi scusi, sono mortificata… non volevo…

            Le auguro di rimorchiare il clone della Jovovitch…

            Però pure voi che andate in biblioteca! Dovreste essere meno superficiali! Mai che diciate “vado in spiaggia e spero di rimorchiare una che sta leggendo “vizio di forma” o “il problema estetico in Tommaso D’Aquino” e se ha la cellulite chi se ne frega!… no… femmina in costume bianco che legge un romanzo rosa Harmony, compitando le parole! Però con glutei di marmo.

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              • Bene, sa la novità? Sicuramente sarà appassionatissima di Lady Oscar! E di fanfiction!

                Me lo sento!

                Sappia che più di una fanfictionara ha studiato ingegneria (però delle fanfiction non lo dicono a nessuno! E’ un oscuro segreto, una specie di antico mistero che si può rivelare solo ad iniziaiti! Iscritti a grupi chiusi, prevalentemente femminili!)

                Voglio ridere poi…. tra un mese citerà la Arnaldi!

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                    • Mai che io senta uno da biblioteca che dica “le ho visto leggere Garcia Lorca”, “sfogliava un libro sugli haiku”, “ha un portachiavi dell’avis, che regalano a chi dona il sangue”… sono più spirituali quelli che corrono sul tapis roulant.

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                    • Ma sa che ho ricevuto una review da una fanfictionara che conosco? Mi ha scritto che spera che il mio personaggio “uscendo da quel vicolo incontri un energumeno sodomita che in preda ai fumi dell’alcool decida, che la chiusura ideale della sua serata sia di appecorarlo in un pozza di piscio e sodomizzarlo a morte! ”
                      Dvo avere offeso qualche sensibilità e non solo dal punto di vista estetico-letterario.

                      Sono alquanto turbata e penso smetterò con un pochino con le fanfiction… tornerò a guardarmi vecchi film i tivvù…

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                    • Non so… chi scrive fanfiction sa molto bene di non poter ambire ad un premio pulitzer o equivalente (e non perché non scrive in lingua inglese)… direi che “limitarsi” è appunto scrivere fanfiction, non crede?

                      A parte ciò … la review prosegue con “Io uno zerbino davanti alla porta di casa lo terrei, un pezzo di merda simile invece proprio no…” non so bene se ridere o preoccuparmi.
                      Diciamo che D’Annunzio una volta sfidò un critico a duello… altri tempi più sanguigni dove il critico diceva ciò che pensava, immagino… adesso ci sono accordi tra editori, presumo, che fanno ammorbidire i toni.

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                    • Poi ci sarebbe da chiedersi: il valore di ciò che si scrive risiede nella forma o nel contenuto? Se descrivi un personaggio come stronzo questa stronzaggine influisce sul giudizio su ciò che si legge?

                      Vabbè, non era Mein Kampf era una one shot scema in cui André Grandier, lo zerbino, è molto impudico e dominatore con Oscar – traduzione: è una vita che fa il maschio omega e decide per una sera di provare l’ebbrezza di fare il maschio alpha.

                      E’ che chi legge storie LO si identifica molto e vuole André come l’uomo ideale, quello insomma che ti ama senza se e senza ma, pure se la protagonista nel frattempo si zompa altri uomini (tanto lui la ama ed è lì che aspetta che lei abbia finito)… roba che in un supercondominio di periferia finirebbe con uomini che sfregiano con un fiasco altri uomini, qui richiede comportamenti svedesi degli anni ’60…

                      SPero che la reviewer in questione non venga comunque a cercarmi sotto casa: questa storia della sodomizzazione nella pozza di piscio mi inquieta anzichenò.

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